di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 22 aprile 2025
Il Pontefice ha battezzato i penitenziari come luoghi di culto: “Ogni volta che vengo mi chiedo: perché loro e non io”. L’apertura della porta del carcere di Rebibbia da parte di Francesco per celebrare l’inizio dell’Anno santo, subito dopo quella di San Pietro, ha trasformato in una basilica il penitenziario romano. E con esso tutte le prigioni del mondo, con il più sacro e solenne dei crismi. È come se il Papa avesse battezzato quei concentrati di sofferenza come luoghi di culto, potenziale riscatto e salvezza. Un gesto inedito che ha segnato in modo indelebile il pontificato che s’è appena concluso, e legato in maniera indissolubile questo Papa al destino dei detenuti: i diseredati forse più diseredati di tutti, perché marchiati con lo stigma della colpa (vera o presunta poco importa), condannati (o in attesa di giudizio) per crimini forse commessi o forse no. Segregati e dimenticati.
Un simbolismo pieno di realismo e realtà, un po’ come quando lo stesso Francesco volle andare al largo di Lampedusa per gettare una corona di fiori nel mare dove erano morti (e hanno continuato a morire) tanti migranti ai quali è stato impedito di arrivare su un’altra sponda di mondo per cercare un futuro diverso e migliore. Quello era l’inizio del papato di Francesco; uno degli atti finali è stato - nemmeno quattro mesi dopo l’apertura della “Porta Santa di Rebibbia” - tornare in una galera, a Regina Coeli, per la lavanda dei piedi, lo scorso giovedì santo. Senza più le forze per farla personalmente, com’era avvenuto nel 2024 in un istituto femminile e nel 2023 in uno per minorenni, ma con la stessa volontà di riaffermare il suo rapporto speciale con i reclusi e un principio generale. Riassunto in quella frase pronunciata all’uscita, con voce flebile ma ugualmente forte: “Ogni volta che vengo mi chiedo perché loro e non io”.
Una domanda lanciata a tutti per dire che al di là dei reati, dei giudizi e delle condanne c’è - deve esserci - una visione superiore, divina ma non distante dagli uomini, che considera i detenuti parte integrante del mondo che li tiene separati. Una domanda che richiama responsabilità pubbliche e collettive per i diritti negati a persone abbandonate a se stesse: i reclusi, ma anche gli agenti penitenziari che sono i primi (e troppo spesso gli unici) assistenti sociali chiamati a fronteggiare le situazioni di disagio. E poi gli operatori carcerari in genere, i volontari e tutti coloro che vivono dentro e intorno a quell’universo chiuso di cui papa Francesco ha sempre tentato di aprire le porte. Per mostrarlo a tutti e farlo diventare un pezzo di chiesa intesa come comunità. Con tutti i suoi problemi, primo fra tutti il sovraffollamento quasi cronico, che una classe politica sorda a un tema che non paga sul piano elettorale sembra incapace di gestire. A prescindere dal colore della coalizione di governo.
È per questo che le parole di Francesco sul carcere sono quasi sempre cadute nel vuoto di chi per primo era chiamato ad ascoltarle, come del resto quelli di altri papi; basti pensare all’invocazione di un atto di clemenza lanciata da Giovanni Paolo II nel 2002 nell’aula di Montecitorio, raccolta solo parzialmente con un indulto varato quattro anni più tardi (con tempi e condizioni molto discutibili, per via di tutt’altre contingenze). La parola amnistia, che i detenuti romani scrivevano quasi ogni anno nei cuscini di fiori recapitati l’8 dicembre ai pontefici in occasione della cerimonia dell’Immacolata concezione, è rimasta invece - e continua a essere - impronunciabile per i politici. Tanto da lasciare senza seguito persino il messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che invitò il parlamento a prenderla in considerazione per fronteggiare la straordinaria emergenza carceraria.
Era l’ottobre 2013, e Francesco era stato eletto Papa da pochi mesi. Aggiungendo subito la propria voce a quella di chi invocava dignità e diritti nelle carceri. Una voce che ha dato sostegno e speranza ai reclusi, e che adesso mancherà loro. Non a caso all’annuncio della sua morte è seguito subito il cordoglio del Garante nazionale delle persone private della libertà personale e di associazioni come Antigone. Il cui presidente, Patrizio Gonella, ha auspicato che “in ricordo del Papa i governi, a partire da quello italiano, facciano proprio l’appello per un atto di clemenza per le persone detenute”. Auspicio di difficile realizzazione, come ben sapeva il papa che non c’è più. Ma senza stancarsi mai di ripeterlo.











