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di Domenico Quirico

La Stampa, 1 luglio 2025

Non c’è il conflitto “corretto”, l’unica regola è vincere con qualsiasi mezzo. Per capire bisogna raccontare. Era un ragazzo siriano, uno studente credo. Un ribelle dell’armata siriana libera. Erano i tempi in cui della guerra santa ancora non parlava nessuno. Non sapeva come era accaduto. Ricordava solo che in quella mattinata combattuta tra intenzioni di sole e sospetti di una strana nebbia stava camminando, il primo della fila, ecco il suo errore, su un sentiero: una zona contesa tra rivolta ed esercito del regime, zona di agguati e rappresaglie. Ma in Siria quale luogo non era così in quella fine del 2012, tempi di crudeltà e di rapina? Le avevano nascoste bene le mine i soldati di Assad, tiravano con i mortai sui lati del sentiero per farti camminare dritti verso la morte. Era roba russa: semplice rustica e micidiale.

I compagni lo avevano depositato dentro una coperta, non c’erano barelle o ambulanze. Forse sarebbe arrivato un pick up per portarlo verso Aleppo. Forse no... Se non c’era battaglia. Ma forse era troppo tardi comunque. La sua coscia sinistra puntava verso il cielo e finiva in una massa carnosa di un colore tra il marrone e il rossiccio con i legamenti contorti e i muscoli gelatinosi allo scoperto, coaguli di sangue e lunghe schegge di ossa. Il ginocchio non c’era più e parte della gamba pendeva inerte insieme con lembi di pelle e di stoffa. Vicino alla barella improvvisata, nell’erba, c’era la scarpa di quel ragazzo, si vedeva sporgere la parte inferiore della gamba.

Le sue palpebre erano spalancate in modo innaturale e lo sguardo era fisso nel vuoto. Non vedeva nulla, credo, aveva già visto troppo. La sua bocca si apriva mettendo allo scoperto i denti, come se stesse cercando di parlare o semplicemente di gridare. Uno spasimo di dolore incontrollabile alterava i muscoli della faccia. Il torace si alzava e si abbassava rapidamente. Un rivolo rosso e marrone si allargava sulla barella di fortuna creando colorazioni strane sulla tela verde.

Perché ho raccontato tutto questo? Perché per vincere le guerre è utile ma non completamente necessario essere vivi. E le mine sono i funebri arredi della guerra, memorie dimenticate sul palcoscenico di uno spettacolo orribile che si credeva concluso. Non sono cimeli inerti. La guerra con questi oggetti poco costosi e permanenti annulla il tempo, realizza la sua fosca perfezione. Completa, dopo i combattenti come il mio ragazzo siriano, l’ecatombe anche degli uomini giusti, il massacro degli innocenti. Il diritto internazionale e umanitario, i crimini di guerra, la protezione dei civili, il rispetto dei prigionieri: stiamo smontando, pezzo per pezzo, conflitto dopo conflitto, le ipocrisie dei tempi in cui volevano farci credere che la guerra potesse avere regole diverse da quella unica ed universale, vincere con qualsiasi mezzo. Quella guerra corretta, rispettosa è rimasta come materia di esame per cattedre universitarie e storia impietrita per convegni sul nulla. È come un frutto che dentro si è disseccato e fa ancora bella figura solo perché ha una scorza di bel colore. Ora è la volta di registrare lo sgretolarsi di una delle ultime illusioni degli anni novanta, del tempo dei catechisti dell’ottimismo: il trattato di Ottawa che mise al bando le mine antiuomo. Lo firmarono 164 Stati, ma non la Russia e gli Stati Uniti. Se ne vietava l’uso la produzione e la vendita, c’era l’obbligo di distruggere i loro stock e sminare le aree che erano state arate con questi subdoli e duraturi strumenti di morte.

Sembrava funzionasse. Tra il 1999 e il 2013 il numero annuale delle vittime, in larga parte civili, passò da 23 mila a tremilatrecento. Cinquanta milioni di mine furono distrutte. Una nuova linea rossa, invalicabile sembrava tracciata contro la barbarie. Si illusero perfino i signori del Nobel della pace che ne assegnarono uno collettivo.

Poi proprio in Siria il ricorso alle mine antiuomo è ripreso e si è accelerato con la guerra in Ucraina. I russi le hanno usate per spezzare la velleitaria controffensiva di Kiev. Zelensky ha annunciato di ritirarsi dalla convenzione di Ottawa: servono per difenderci. I Paesi confinanti con Mosca, i Baltici e la Polonia che ha ripreso la produzione, stanno minando quella che ormai è la nuova cortina di ferro. Tutti vogliono avere le mani libere in questi tempi di isterismo morale, di ossessione bellicista.

Resteranno dunque mille campi di tenebra accanto alla altra orribile immondizia della guerra. Il fogliame delle foreste e i campi di grano copriranno questi diabolici arnesi in agguato pronti a dare una morte invisibile e ancor più atroce perché colpirà persone che credevano di aver trovato il tempo della pace. Come in Afghanistan, in libia, in Iraq.