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di Giordano Stabile

 

La Stampa, 23 dicembre 2020

 

Abusi di potere e violazioni dei diritti umani sono diffusi anche nei Paesi democratici. Nel 2019 la polizia americana ha ucciso 33,3 persone ogni 10 milioni di abitanti. Il braccio violento della legge conosce picchi di brutalità in Medio Oriente, Africa e Sud America, anche se neppure le democrazie avanzate, a cominciare dagli Stati Uniti, sono esenti da eccessi nell'uso della forza e violazioni dei diritti umani.

Nel 2019 la polizia americana ha ucciso 33,3 persone ogni 10 milioni di abitanti, contro le 0,2 in Giappone, e quest'anno il caso di George Floyd ha suscitato un'ondata di proteste senza precedenti. Per i Paesi mediorientali non esistono però statistiche accurate, mentre violenze e uccisioni sono molto più diffuse. Fra l'ottobre del 2019 e il gennaio del 2020 in Iraq le forze di sicurezza, infiltrate da elementi estremisti delle milizie sciite, hanno ammazzato almeno 600 persone, spesso con l'uso di cecchini. Il che, per comparazione, porterebbe da solo il tasso a 150 persone per 10 milioni. In Egitto, secondo la ong Committee for Justice, 1058 persone sono morte nelle mani della polizia fra il 2013 e il 2020. Il fenomeno è così diffuso che in tutti i romanzi del più conosciuto scrittore egiziano contemporaneo, Alaa al-Aswani, c'è almeno una scena di tortura da parte della polizia.

Le stesse primavere arabe sono state innescate dagli abusi degli agenti. Ancora in Egitto, nel 2011 i ragazzi di piazza Tahrir protestavano nel nome di Khaled Said, torturato a morte in commissariato ad Alessandria, e brandivano le immagini del suo corpo sfigurato. Con il fallimento delle rivoluzioni i regimi hanno affinato i metodi di repressione e preso di mira soprattutto attivisti e reporter.

L'ultimo rapporto di Amnesty International sulla regione di Medio Oriente e Nord Africa, del 2019, denuncia come "367 difensori dei diritti umani sono stati arrestati, 240 nel solo Iran". E questi sono i casi conosciuti, mentre la "realtà è molto più ampia". Le proteste adesso vengono stroncate con un uso della forza massiccio e concentrato, come in Iran fra il 15 e il 18 novembre del 2019, quando 300 manifestanti sono stati uccisi e le manifestazioni soffocate sul nascere. L'altro strumento privilegiato sono le sparizioni forzate, sul modello dei desaparecidos nel Sud America degli Anni Settanta e Ottanta. I numeri sono contenuti nell'ordine delle centinaia di Egitto, Iraq, Iran ma hanno raggiunto proporzioni sudamericane in Siria, con una stima massima di 98 mila.

Anche la guerra civile siriana, nel marzo del 2011, è stata innescata dagli abusi della polizia. Alcuni ragazzi, nella città meridionale di Daraa, vennero arrestati e torturati dopo che avevano scritto su un muro "Assad, sei il prossimo", in riferimento alle cadute di Ben Ali e Mubarak. Ai famigliari che ne chiedevano il rilascio i poliziotti replicarono che "dovevano dimenticarli e fare altri figli" e che "in caso di bisogno, possiamo dare una mano noi".

La risposta fu l'inizio della lotta armata. Per sopravvivere il regime ha utilizzato tutti i mezzi, compreso l'uso di "70 metodi diversi di tortura", come ha denunciato il Syrian Network for Human Rights. I servizi di Intelligence, o "mukhabarat", hanno anche sviluppato sistemi di sorveglianza più sofisticati, sul modello di quelli utilizzati dalle monarchie petrolifere del Golfo, che hanno ben altri mezzi finanziari. Lo stesso hanno fatto gli Stati del Maghreb, come Algeria e Marocco, dove però in questo momento il livello di violenza della polizia è inferiore. Le forze di sicurezza algerine sono state impegnate fra il 1992 e il 1998 in una campagna implacabile contro l'insorgenza jihadista, 100 mila morti, ma hanno gestito le proteste che hanno portato alla caduta del presidente Abdelaziz Bouteflika con più professionalità.

I regimi evolvono e cambia la geografia delle brutalità poliziesche. L'America latina ha avuto il suo picco negativo negli Anni settanta. Alla violenza di matrice politica si è sostituita quella sociale, e della criminalità comune. Città come Rio de Janeiro, sempre secondo Amnesty International, sono attraversate da una guerra civile sotterranea, con 1810 persone uccise dalla polizia nel 2019, una media di "cinque al giorno".

In Messico alla violenza dei cartelli si sovrappone quella degli agenti, con casi di commistione, come mostra il dramma dei 43 studenti rapiti e uccisi nello Stato di Guerrero nel 2014. Altri picchi di violenza si riscontrano in Colombia, Giamaica e in molti Paesi dell'Africa subsahariana. In Kenya, per esempio, 122 persone sono state uccise dagli agenti l'anno scorso. E quattro delle cinque "peggiori polizie" al mondo appartengono a Stati africani: Nigeria, Congo, Kenya appunto, e Uganda.

Al quinto posto, nella classifica stilata dalla International Police Science Association, c'è il Pakistan, dove il "65 per cento dei cittadini ha riportato di dover pagare mazzette" ai poliziotti e solo "il 34 per cento ha fiducia nell'istituzione". Ai primi cinque posti ci sono invece Singapore, Finlandia, Danimarca, Austria e Germania. A titolo d'esempio, nel decennio che si sta per concludere non c'è stato neppure un caso di persona uccisa dalla polizia in Finlandia o in Norvegia, altro esempio virtuoso. Mentre negli Stati Uniti, fra il 2013 e il 2019, ci sono state 7666 uccisioni legate alle forze dell'ordine.