sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Aldo Varano

Il Dubbio, 9 marzo 2022

Avevamo tutti la stessa opinione. “Quello è un avvocato di ‘ndrangheta”. Giornalisti che facevano i corrispondenti dalla Calabria per qualche giornale importante di Roma o Milano.

Inviati dei grandi quotidiani e settimanali che arrivavano qui per raccontare, il più delle volte per farsi raccontare dai corrispondenti locali dei loro giornali e riscrivere, le storie di ‘ndrangheta che tiravano le vendite nel centro-nord.

E tra tutti noi non c’era alcuna difformità di opinione. Nessuna lettura diversa dei fatti. Lavoravamo in gruppo. E Armando Veneto era un avvocato di ‘ndrangheta, il più bravo e famoso, con studio e abitazione a Palmi, una cittadina considerata il salotto buono di un territorio ad alta densità ‘ndranghetista.

L’avvocato di ‘ndrangheta, anche su questo eravamo tutti d’accordo anche se non l’avremmo scritto mai e mai l’avremmo confessato, non era un intellettuale-professionista, una componente indispensabile per garantire una giustizia corretta e giusta durante il processo in Tribunale dove veniva giudicato chi era accusato e aveva il diritto a difendersi. Certo, ci confondeva anche il fatto che Veneto finiva sui giornali solo per i processi di ‘ndrangheta, per tutte le altre cause che li soverchiavano massicciamente, infatti nessuno scriveva un rigo. L’Avvocato di ‘ndrangheta, gli avvocati di ‘ndrangheta, erano una qualità speciale. Non soltanto difendevano i mafiosi che insanguinavano un giorno sì e l’altro pure la Calabria, ma in qualche modo, questa la certezza dominante, erano intricati e partecipi, in qualche modo complici, e talvolta subalterni e al servizio di quelli che difendevano. In ogni caso, nemici e avversari della verità e di quanti - noi giornalisti, corrispondenti e inviati compresi - lottavamo contro le cosche. L’avremmo negato anche sotto tortura ma in fondo l’avvocato di ‘ndrangheta lo consideravamo un ostacolo a far giustizia e vincere sulla ‘ndrangheta.

Veneto poi non ne parliamo. Aveva avuto un “incidente” (questa è la diceria: forse vera forse no) che era diventato prova assoluta e irreversibile contro di lui, l’equivalente di una vera e propria confessione. Aveva presenziato al funerale di un capo ‘ndrangheta suo cliente e aveva perfino accettato di dire all’uscita della bara alcune parole per il “licenziamento”. Qualche minuto prima aveva (avrebbe) fatto di peggio svicolando per primo verso l’uscita della chiesa dov’era ancora ferma la bara. Se uno esce per primo, di solito, ha fretta, vuole sbrigarsi e svignarsela.

Ma se esci per primo dalla chiesa in cui s’è svolto il funerale di un boss della ‘ndrangheta, assicurano gli esperti del settore che hanno studiato tutti i libri su “Osso, Mastrosso e Carcagnosso”, in Calabria vuol dire che le ‘ndrine, cioè le famiglie di ‘ndrangheta, si sono riunite appena saputo del boss morto e hanno deciso chi sarà l’erede che prende il posto del caro estinto. Insomma, uno sgaiattola perché vuol filarsela un po’ prima. Ma in Calabria, se lo fai quando il morto è in odor di ‘ndrangheta, il messaggio è che sei l’erede del boss defunto e il nuovo capo delle cosche che da lui dipendevano. Perché è così? chi l’ha stabilito? Questo nessuno lo sa ma è stato scritto sui libri e sui giornali. Quindi, è vero.

Armando Veneto è stato difensore di uno dei due giovani accusati dell’omicidio dei coniugi Aversa, un poliziotto antimafia e sua moglie fulminati da due killer a Lametia Terme mentre alla vigilia dell’epifania del 1992 andavano a giocattolerie per organizzare la Befana al proprio nipotino. Un omicidio efferato consumato nell’ora della passeggiata tra la folla festosa carica di bambole, trenini e orsacchiotti. Una scossa terribile e dolorosa per l’intera Italia. Il presidente Cossiga agli sgoccioli del mandato, e non indisponibile a tentare il bis, raccolse il turbamento che attraversò l’Italia e si fiondò subito in Calabria per il funerale.

Il processo contro i due giovani killer accusati dell’omicidio si svolse, a Catanzaro, nel luglio dello stesso anno. A inchiodarli, pochi giorni dopo che avevano massacrato gli Aversa, era stata la testimonianza di una ragazza ventenne, Rosetta Cerminara, che aveva avuto il coraggio, sia pure attraverso un percorso un po’ contorto, di indicarli alla polizia. Rosetta per quella drammatica scelta era stata costretta a cambiar vita. Dettaglio drammatico: aveva riconosciuto i due assassini con le pistole in mano, perché uno di loro era stato il suo ragazzo che, al processo, restò muto come una pietra dopo essersi dichiarato innocente ed estraneo a qualsiasi coinvolgimento.

C’ero anch’io in quel processo. Inviato a Catanzaro dal mio giornale, L’Unità, che aveva seguito con attenzione la vicenda. E c’era, a difendere l’ex fidanzatino di Rosetta, uno dei due assassini, l’avvocato Armando Veneto. Intanto Rosetta, premiata dal presidente Scalfaro con una medaglia d’oro al valor civile, era scivolata, nonostante medaglia e gran clamore provocati dal suo coraggio eroico, in un vortice di difficoltà. La sua vita, e quella della sua famiglia, come iniziò a spiegare in tribunale, era stata spezzata.

Licenziata dall’Aci dove lavorava, coi negozi dei suoi familiari dove non entrava più un cane per paura della vendetta dei boss, costretta a restar lontana coi suoi cari e dalla cittadina dov’era nata e cresciuta. Veneto fu durissimo con lei. Impietoso. Quando Rosetta, alzato un po’ lo sguardo verso il grande crocifisso alle spalle del Presidente del Tribunale, con voce commossa, alla domanda se avesse visto gli imputati sparare contro i signori Aversa, aveva trovato il coraggio e l’energia per dire: “Sì, lo confermo davanti a Gesù Cristo in Croce. Perché li ho visti”, Veneto non si tenne più. Nel controinterrogatorio, così sembrò a noi giornalisti che lo ripetemmo mille e una volta nei nostri articoli del giorno dopo quasi con le stesse parole, di sicuro con lo stesso sdegno, la seviziò. Cercava di farla cadere in contraddizioni, le rifaceva in un altro modo le stesse domande sperando si confondesse.

Un trabocchetto via l’altro inseguendo un appiglio che non trovò. A un certo punto Rosetta ebbe un cedimento e scoppiò a piangere: “Spero sia l’ultima volta che parlo di questa vicenda. Quella che faccio non è più vita”. Ci fece tenerezza. Faticammo a non batterle le mani. Poco prima il Presidente del Tribunale era stato costretto a intervenire severamente: “La tattica non può essere quella di distruggere psicologicamente la teste” (citazioni tratte dall’Unità del 14 luglio 1992). E tutti capirono a chi si riferiva.

Quando Veneto finì il suo controinterrogatorio, che a noi sembrò una tortura, e la sua arringa, entrambi duri e cattivi, che tutti giudicammo carichi d’arroganza, la Corte si ritirò. In attesa della sentenza ci spostammo un po’ tutti. Il luglio del 1992 fu torrido e afoso. Mi ritrovai, solo, in una grande stanza in buona parte occupata da un’ampia cella.

Mi voltai e di spalle c’era l’avvocato Veneto che con un fazzoletto, che ormai sembrava una pezza bagnata, si asciugava e strofinava il sudore dalla nuca. Mi sembrò piccolo, inutile, maldestro. Addosso la toga cadente e sgualcita. Niente da spartire con la solennità di chi, come Rosetta, aveva retto la drammatica prova della verità solennemente testimoniata e ripetuta in Tribunale e gettata in faccia ai colpevoli. Avvertì una presenza e si voltò. Intuì la severità dei miei pensieri e disse con voce calma: “Lo so cosa sta pensando di me in questo momento”. E di seguito: “Ma io ho ragione e lei ha torto. Non ha neanche un’idea vaga di quanto ha torto. La vostra Rosetta è una bugiarda. È cattiva. Si sta vendicando del suo ex fidanzato perché è finita una storia e si sono lasciati”.

Lo guardavo in silenzio. Imbarazzato per lo spettacolo che dava. E lui: “Lei dà un giudizio costruito da fuori. Io conosco le carte, so a memoria tutti i dettagli di questa storia. Ho parlato ore col ragazzo. Ho cercato di farlo cadere in contraddizione su tutti i dettagli. Ho letto e riletto i fatti. Lei non ha idea della fatica necessaria per ricostruire la verità”.

Continuava a sudare mentre il mio imbarazzo cresceva e pensavo di non aver mai visto nessuno sudare tanto durante un lavoro. Eppure era un avvocato conosciuto e famoso. Cambiò tono della voce: “Il ragazzo verrà condannato ma è innocente. Verrà condannato perché ha già perduto sui giornali e se perdi lì è difficile vincere”. Una pausa impercettibile, come rimproverandosi: “Non dormirò un pezzo per lui che finirà in carcere”. Mi guardò e concluse: “È dura fare l’avvocato. E in certi casi anche doloroso”.

Successivamente gli assassini dei coniugi Aversa vennero individuati, confessarono e vennero condannati. La Cerimana nel marzo del 2007 fu condannata dalla Cassazione a 2 anni e 2 mesi di reclusione per calunnia e truffa aggravata ai danni dello Stato. In precedenza le era stata ritirata la medaglia d’oro ricevuta dal presidente della Repubblica. Il suo ex ragazzo, da lei accusato per vendetta, venne ucciso da un tumore fulminante. Ho ripensato spesso a quell’incontro nel Tribunale di Catanzaro con l’avvocato Veneto. E, fermo restando che le sentenze si rispettano sempre e comunque, non riesco ad avere un solo dubbio sul fatto che la condanna all’avvocato Veneto dei giorni scorsi per collegamenti con la ‘ndrangheta, trent’anni dopo di allora, valga quanto la testimonianza di Rosetta.