di Valentina Petrini
La Stampa, 16 dicembre 2025
Il fine vita? A teatro. La guerra? A teatro. La disobbedienza civile? Sempre a teatro. Gli errori giudiziari? Ancora a teatro. Il surriscaldamento globale? Solo a teatro. Sta succedendo questo in Italia: autrici e autori, giornaliste e giornalisti, cresciuti in televisione con i loro reportage immersivi, stanno cambiando casa. I temi complessi che indaghiamo, esploriamo, non sono più adatti alle prime serate tv, o forse è la tv a non essere più la destinazione finale giusta per la complessità dei temi che narriamo perché dominano la nostra contemporaneità.
Pablo Trincia, Francesca Mannocchi, Fabio Tonacci, Stefano Liberti, chi scrive (il pezzo mi è stato affidato, non è che me la canto e me la suono) e tanti altri sono figlie e figli di una generazione nata quando le prime serate di approfondimento giornalistico contavano, quando ancora partire, vedere, raccontare, tornare, non da freelance, ma da inviati era importante, faceva la differenza nel giornalismo reportagistico. Per non parlare di quando il giovedì sera andava in onda Michele Santoro e Annozero raggiungeva spesso 7-8 milioni di telespettatori con picchi anche di quasi 9 milioni. Oggi chi stravince (due, tre programmi) comunque resta sotto la soglia dei 2 milioni, tutti gli altri sotto la soglia del milione. Non è però soltanto e soprattutto una questione di ascolti ma di spazi pensati per ospitare la complessità, al di fuori del format “talk show”.
Lesa maestà? Lungi da me improvvisarmi critica televisiva, e tanto meno questo non è un giudizio sugli altri, ma un faro su una generazione che sta riaccendendo il palcoscenico del teatro civile, lo spazio più adatto alla complessità, alle sfumature, luogo nemico degli schieramenti opposti, delle polarizzazioni. Ciascuno di noi continua anche a sedersi nei salotti tv, a battersi per le cose e le verità in cui crede, a occupare quei pochi spazi concessi, ma poi quando si tratta di condurre lo spettatore dentro un racconto doloroso, difficile, con fonti, storie, denunce, carte, esperti, sta scegliendo il teatro, luogo non solo adatto alla complessità, ma spazio libero di espressione.
Diciamo anche un’altra verità: forse è stata anche una scelta costretta, non per forza coraggiosa, almeno nel mio caso. Non ho rinunciato ad un posto in palinsesto per parlare di fine vita, disobbedienza civile, povertà estrema, Pasolini, semplicemente non avevo uno spazio mio, mi è stato tolto e ho guardato altrove. “Per noi, nati tra gli anni 70 e 80, il teatro oggi è una fuga, una via necessaria, perché prima, appunto, c’era la tv, adesso noi in televisione non possiamo fare niente, quindi dobbiamo scappare da lì e tornare anche all’antico. Perché è quello che sappiamo fare meglio ma anche perché c’è un grandissimo bisogno delle persone di sentire storie raccontate bene. Il teatro è un’alternativa reale e necessaria, altrimenti il nostro racconto muore”.
Pablo Trincia ha esordito da poco con L’Uomo Sbagliato - un’inchiesta dal vivo. Il suo, quello di Francesca Mannocchi (Crescere, la guerra con Rodrigo d’Erasmo già andato in scena ad Assisi e all’Auditorium Parco della Musica e presto in giro per l’Italia), quello di Fabio Tonacci (Gaza: cronache di guerra - Nel nome di Hind Rajab monologo realizzato in collaborazione con Emergency e con il patrocinio di Roma Capitale), i miei due testi di teatro civile (La valigia della libertà. Storia di una disobbedienza civile, decima replica il 3 dicembre scorso al Teatro Massimo di Cagliari, e Corpo a corpo. Popoli divisi dal mare che ha esordito l’8 dicembre scorso all’Auditorium La Nuvola, in entrambi i casi accompagnata dal compositore Pasquale Filastò) sono esperienze immersive e potenti, che fondono parole e immagini, verità e indignazione, documenti e narrazione.
Testi accompagnati dalla musica scritta e suonata dal vivo, da altri autori a loro volta, desiderosi di raccontare in note il nostro presente. Perché portare in tournée, nelle piazze, nei festival, fine vita, guerra, errori giudiziari, inquinamento? Pensate a quei giornalisti che per stare alle regole della tv avessero dovuto mediare il racconto su Gaza con “opinionisti” che Gaza non l’hanno mai vista.
O se Liberti per parlare del suo Tropico Mediterraneo, sul nostro mare, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, l’inquinamento e il collasso degli ecosistemi, avesse dovuto accettare la coesistenza con il negazionista dell’origine antropica del cambiamento climatico. Non oso immaginare cosa mi avrebbe risposto in un talk, al tavolo del confronto (dove gli ospiti di solito occupano caselle politiche opposte, anche noi giornalisti), se avessi pronunciato questa frase, contenuta in Corpo a corpo: “Un povero, un infelice sono sempre, di per sé, eroici: sia che si rassegnino, sia che si ribellino - e sia anche che compiano azioni delittuose - che sono sempre senza alternativa reale”. Lo so. Una cosa tipo: “Ah lei quindi giustifica la violenza?”. No, cito e leggo Pier Paolo Pasolini.









