di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 11 agosto 2024
Dopo il via libera alla riforma, la maggioranza non si placa: già pronte in Parlamento altre leggi per l’impunità. Dopo la doppia firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prima del decreto Carceri e poi della riforma Nordio, il capo dello Stato ha davanti altri progetti in itinere della maggioranza di centrodestra più calendiani e renziani che vogliono chiudere il cerchio della giustizia pro impuniti eccellenti: colletti bianchi, politici, pubblici ufficiali. Come si sa, già con le riforme approvate i detenuti mafiosi e i terroristi irriducibili possono aspirare ai benefici; nessuno potrà più essere condannato per abuso d’ufficio, le intercettazioni, grazie alle quali lo Stato fa cassa sono ormai “lobotomizzate”; con l’alibi della “presunzione di innocenza” si sono silenziati procuratori, pm, giornalisti e così via.
A questa maggioranza ora cosa resta da fare? Cominciamo dal divieto di usare il trojan per i reati corruttivi, anche se - in un’epoca in cui i criminali di vario genere sono passati ai criptofonini - è l’unica speranza per beccare un po’ di corruttori e corrotti. A oggi è un ordine del giorno di Enrico Costa, Azione, ex Fi, approvato alla Camera a maggio da centrodestra, calendiani e renziani. Che la maggioranza voglia disfarsi del trojan per rendere impossibili le indagini anti-corruzione è evidente anche da un’altra mossa precedente a quella di Costa: Pierantonio Zanettin, Fi, capogruppo in commissione Giustizia in Senato fece inserire, last minute, a settembre 2023, nella relazione della presidente, la leghista Giulia Bongiorno, una richiesta al governo: “È opportuno un supplemento di riflessione su utilizzabilità e condizioni di utilizzo del trojan per reati di minore gravità”, cioè la corruzione. Anche per il ministro della Giustizia, Carlo Nordio il trojan è “un’arma incivile”.
Insomma, è questione di tempo e questa maggioranza aggiungerà questo tassello cruciale per spuntare definitivamente le indagini sui potenti. Sempre in tema di intercettazioni, è in discussione in commissione Giustizia della Camera il ddl Zanettin-Bongiorno, approvato il 10 aprile scorso dal Senato, con tanto di modifica, in peggio, di FdI (emendamento Rastrelli). Riguarda la stretta sul sequestro degli smartphone e degli altri apparecchi elettronici. Per il loro sequestro dovrà intervenire un giudice. Entro cinque giorni, il pm deve avvisare tutte le persone coinvolte nel sequestro: gli indagati, i difensori, le persone offese in vista di una sorta di udienza per una copia forense del contenuto degli apparati elettronici sequestrati. Poi sarà obbligatoria una seconda autorizzazione del gip per l’utilizzo del materiale sequestrato. In ballo anche il giro di vite sui tempi di intercettazione: non più fino a 2 anni ma solo per 45 giorni: la norma della leghista Erika Stefani non vale per mafia e terrorismo, è stata approvata in commissione Giustizia del Senato.
E veniamo alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere e del Csm. È incardinato alla Camera il ddl approvato dal Consiglio dei ministri a fine maggio. Il testo sancisce la separazione delle carriere dei pm e dei giudici, prevedendo due Csm (uno “requirente” e uno “giudicante”), presieduti entrambi dal Capo dello Stato. I componenti saranno eletti con il sorteggio, che in teoria vale per tutti. Peccato, però, che quello per i laici è furbetto, dato che resta la “manina” dei partiti per la loro nomina. Sempre un terzo in ciascun Csm, vengono sì “estratti a sorte”, ma da un elenco di professori e avvocati con 15 anni di esperienza “che il Parlamento in seduta comune compila mediante elezione”.
I togati saranno invece scelti con sorteggio secco, si vedrà con quale criterio. I capi di Corte saranno sempre membri di diritto, il presidente della Cassazione nel Csm dei giudici e il Pg in quello dei pm. Prevista anche la nomina di due vicepresidenti, scelti fra i laici, nomina politica, di fatto. Tutti i membri durano 4 anni e non si può essere sorteggiati per la consiliatura successiva.
Infine c’è da attuare l’ordine del giorno di Costa, benedetto dal governo, approvato il 7 agosto alla Camera dalla solita maggioranza allargata: la custodia cautelare per gli incensurati, difronte al pericolo di reiterazione del reato, può essere possibile solo se vi è rischio per la “sicurezza pubblica” e “privata” o “grave allarme sociale”. Un altro bel regalo a politici e colletti bianchi. Guarda caso pensato dopo i domiciliari a maggio per l’ex governatore ligure, Giovanni Toti.









