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di Alessandro Cozzi

ilsussidiario.net, 24 aprile 2023

Di che si parla? Di poco, preso singolarmente. Il primo fatto è che in molti luoghi dedicati all’espiazione della pena sul finire del 2022 è avvenuta una generale revisione dei contratti con i fornitori esterni di beni e servizi per i reclusi; i detenuti infatti possono “far la spesa” in carcere, una volta a settimana, e procurarsi cose da mangiare per arricchire il vitto che arriva “sul carrello” dell’Amministrazione; ma anche il necessario per l’igiene e la pulizia, i materiali di cancelleria.

Ma da alcuni mesi, il cambiamento di molti soggetti che operano in questo settore, rende la spesa un’avventura. Prima la “lista” sulla quale fare gli ordini è stata dimezzata: “È provvisorio”, fu detto. Sono passati circa due mesi e ad oggi siamo circa al 65% delle possibilità originarie. I prezzi sono tutti aumentati, anche del 20%: che inflazione! E poi, le circostanze di paradosso; come a quel tale che avendo ordinato tre confezioni di caffè si è visto recapitare tre flaconi di detergente intimo femminile. Comicissimo dirsi, però…

Poi, le telefonate. Un ordinamento penitenziario scritto decenni or sono, assegna ai detenuti comuni una sola telefonata a casa di 10 minuti a settimana (coloro che sono in circuiti più stringenti, ne hanno di meno). Durante l’emergenza Covid, c’è stato un allargamento delle possibilità, che sono anche arrivate a tre a settimana… Ma purtroppo, dall’8 maggio 2023, si tornerà al vecchio regime. Le carceri sono tutte dotate di centralini automatici, per cui consentire due o tre chiamate a settimana non costituisce un sovraccarico di lavoro per nessuno. Ma “non si può”. Francamente non se ne comprende la ragione: quale danno può venire alle istituzioni se un marito parla con la moglie, se un genitore sente i figli, se un non scherza con un nipotino due o tre volte in una settimana, per 10 minuti? Ma niente. Si torna all’ordine, al dettato storico, a quanto si è sempre fatto. Vedremo se in questo rientro nella tradizione ci sarà anche l’impennata di suicidi, per dire.

E poi? Poi c’è la “riforma Cartabia”. Tirata alquanto per le lunghe dal governo Draghi, approvata da un parlamento piuttosto riluttante, ricevuta in “eredità” dal governo Meloni… Ha visto nascere i decreti attuativi con ritardo e fatica. In questa riforma l’elemento chiave è l’introduzione nell’ordinamento penale italiano della giustizia riparativa, per tutti gli imputati e i condannati. Ma perché possano avviarsi percorsi di giustizia riparativa, la riforma assegna alle Corti d’appello l’onere di istituire una conferenza tra le istituzioni e gli enti che di giustizia riparativa si occupano, selezionando così gli operatori certificati e curando che i mediatori siano ben formati e competenti.

Lanciamo dunque un sondaggio tra i lettori. Secondo voi quante Corti d’appello a oggi si sono mobilitate in Italia dopo diversi mesi dalla promulgazione della legge? E ancora: quando tutte le Corti d’appello avranno finito, così che in ogni angolo d’Italia, senza discriminazioni, ogni imputato o detenuto potrà accedere ad un percorso riparativo?