di Fulvio Fulvi
Avvenire, 6 marzo 2026
Chi sono veramente gli uomini e le donne che scontano la loro pena in un carcere? “Se vogliamo capire e aiutare chi vive questa triste esperienza è importante risolvere un grosso equivoco, quello di non identificare la persona reclusa con l’errore che ha commesso”, dice il giornalista Davide Dionisi, che dall’aprile del 2018 all’ottobre 2022 ha seguito per Radio Vaticana, L’Osservatore Romano e Vatican News, le visite di Francesco ai carcerati, è entrato negli istituti e ha partecipato come cronista a convegni e dibattiti sui temi penitenziari. La sua esperienza, tradotta in reportage, servizi, interviste, è stata raccolta ora nel volume “Le loro prigioni. Percorsi di libertà dietro le sbarre” (Gambini editore).
Si tratta di testimonianze vive dove detenuti e addetti ai lavori si raccontano, facendosi specchio di una realtà umana che spesso appare lontana dalla vita cosiddetta normale di chi sta fuori. Bruno Buttone, un camorrista pentito recluso a Paliano (Frosinone), il Giovedì Santo del 2017 incontrò papa Bergoglio: “Per arrivare a dire di aver sbagliato e di essere risorto - afferma - bisogna prima morire, che significa toccare il fondo e io l’ho toccato, ma ho avuto la forza con una mano di spingere a terra e risalire”. Padre Fabrizio Valletti, gesuita romano, assistente spirituale negli istituti napoletani di Poggioreale e Secondigliano e fondatore del Centro Hurtado a Scampia, ricorda invece che la sua vocazione è nata quando da ragazzo faceva lo scout e con il suo gruppo andava a giocare a basket con i reclusi nell’istituto minorile di Porta Portese: “Conobbi tanti coetanei che avevano commesso qualche errore di troppo ed erano finiti in galera: decisi che nella vita avrei dovuto occuparmi di loro”.
A Rebibbia ci sono detenuti che leggono e commentano ai microfoni di Radio Vaticana il Vangelo dell’Avvento e della Quaresima, Pietro è uno di loro: durante la detenzione è riuscito a riprendere in mano i libri e persino a laurearsi in Giurisprudenza. “Chi crede e vive questa mia stessa situazione capisce che bisogna vivere di presente e di futuro, non di passato - spiega -, qua dentro ho dovuto affrontare momenti difficili ma il conforto della fede mi ha dato la possibilità di guardare avanti, spero solo di non essere considerato, quando uscirò, un eterno carcerato”. Suor Rita Del Grosso è una religiosa canossiana ultraottantenne che dal 2004 è impegnata nelle Case di reclusione di Paliano, Rebibbia, Civitavecchia e Viterbo.
“Se dovessi riassumere in una battuta il risultato più importante raggiunto, direi che è il “grazie” che mi viene detto dai ragazzi e dalle ragazze che hanno trovato conforto nella mia parola e nel mio sostegno. Alcune di loro mi hanno ricontattata anche dopo la loro detenzione e questo mi ha riempito il cuore di gioia. L’esperienza del carcere non è per tutti un periodo buio e di violenza - aggiunge la religiosa -, dipende da come ci si rapporta e soprattutto da quanto le istituzioni riescono ad ascoltare le esigenze di chi vive dietro le sbarre. In alcuni casi si può davvero rinascere”. Non è facile, però, gestire e organizzare la vita e le attività dietro le sbarre: “È fondamentale per chi opera in carcere non cadere nell’errore di arrendersi davanti al dato incontrovertibile della carenza di fondi che affligge tutte le pubbliche amministrazioni”, sottolinea Nadia Cersosimo, nel 2018 direttrice a Rebibbia.
“Ho imparato nel tempo - prosegue - che quando gli obiettivi si condividono anche con la comunità esterna al carcere, i progetti si realizzano”. E, sempre nell’istituto penale romano di via Bartolo Longo, il maestro Paolo de Matthaeis, organista, critico musicale e direttore artistico della Cappella musicale Costantina, racconta come e perché ha dato vita a un coro polifonico: “Convincere i detenuti a cantare non è facile, soprattutto quando poi devono esibirsi in pubblico, ma io gli parlo di composizione come fosse un allenamento in palestra, correggo gli errori e aggiro gli ostacoli come se ci si trovasse in un’aula di tribunale ad affrontare la propria causa”. “Durante i concerti - rivela de Matthaeis - gli applausi dei loro compagni rappresentano lo stimolo più importante per andare avanti e per poter continuare questa esperienza nella loro isola felice”. Le testimonianze ci dicono soprattutto, come ricorda Dionisi, “che la vera vittoria dello Stato non sta mai nell’annientamento di chi ha commesso un reato, ma nel suo recupero”.
Lo dimostra anche l’esperienza di don Riccardo Agresti, sacerdote di Andria, che insieme al confratello don Vincenzo Giannelli e al magistrato della corte d’Appello di Bari, Giannicola Sinisi, ha dato vita al progetto “Senza sbarre” scaturito dall’incontro in parrocchia con la mamma di un detenuto: “Capii subito che avrei dovuto fare qualcosa per questa famiglia - ricorda don Agresti - e per tutti quelli che si trovavano nella stessa situazione”. Da allora è nata l’attività di volontariato nella Casa circondariale di Trani che si occupa del recupero delle persone e dell’equilibrio sociale perduto, attraverso il lavoro “e l’esercizio civile e spirituale che mirano alla riconciliazione degli autori dei reati con le vittime”.
Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, nella prefazione al libro ricorda una delle “verità fondamentali” sancite dalla Costituzione: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, “non un principio astratto ma un imperativo morale e giuridico che interpella direttamente le istituzioni e la società civile nel suo complesso”. Ed è questa la strada da seguire.









