di Conchita Sannino
La Repubblica, 2 luglio 2025
Fact checking sulla piaga del sovraffollamento dopo il nuovo allarme di Mattarella: norme stoppate, un Piano che prevedrebbe almeno 3-4 anni. La piaga del sovraffollamento? “Ci vorranno tre, quattro anni”, per il Piano con le nuove carceri, “anche ammesso che si riesca, come ha promesso il governo. E intanto in questi anni, che succede?”. L’inaspettato fact checking non è firmato dalle opposizioni, ma è arrivato un mese e mezzo fa dal presidente del Senato, Ignazio La Russa. Scopertosi più sensibile al tema, come ha riconosciuto, di fronte agli Sos che gli arrivano dal vecchio compagno di strada, Gianni Alemanno, ex ministro ed ex sindaco di Roma, rinchiuso a Rebibbia ormai da 180 giorni esatti. È solo uno dei punti di caduta delle promesse di Meloni-Nordio sul dramma che investe il sistema detenzione in Italia: la vera “emergenza sociale”, non degna di un Paese civile, cui il presidente Sergio Mattarella ha dedicato ieri l’ennesimo, impietoso monito.
Quello che bisognerebbe fare? Le opposizioni compatte puntano alla cosiddetta “liberazione speciale anticipata”: ovvero l’allargamento di un istituto che già prevede - per chi vanta una buona condotta - di cancellare, ad ogni semestre di detenzione, 45 giorni dal monte della pena. La nuova norma, che porta la firma del renziano Roberto Giachetti e da oltre un anno e mezzo è stata lasciata a galleggiare alla Camera, porterebbe quello “sconto” a 75 giorni, ma solo per un massimo di due anni: ma dalla destra, solo l’autorevole apertura del vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, e l’adesione di La Russa vanno nella stessa direzione, un vago incipit di manovra bipartisan, pur mediando su una detrazione di 60 giorni invece di 75. L’effetto, stando ai calcoli interni, porterebbe alla scarcerazione di “qualche migliaio di persone”: troppo poche, secondo i garanti dei detenuti, gli attivisti e le ong, rispetto ai 16mila in più stipati nelle nostre carceri. Occorrerebbe un indulto: il condono di due anni di pena. Ma le ipotesi sono entrambe cassate da Nordio, con l’appoggio della Lega e dei falchi meloniani. “Sarebbe un messaggio diseducativo, non è mai rientrato nei programmi”, le parole del ministro.
Ma qual è la situazione, oggi? La popolazione dei detenuti tocca quota 62mila e 761: a fronte di 46mila e 792 posti effettivi. I suicidi in cella sono già 37 (l’ultimo rapporto Antigone ricorda che “da quando si è insediato il governo, siamo a oltre 210 persone che si sono tolte la vita, un autentico record”). Un conteggio che non dà conto degli altri 50 casi in Italia, solo nei primi sei mesi del 2025, di gravi malori o atti di autolesionismo: persone agonizzanti tirate fuori dalle celle, a volte in tempo per essere salvate, mentre in altre si sono spente in ospedale, ma restano fuori dall’asettico elenco dei morti di carcere. Mentre l’assistenza sanitaria interna è quasi inesistente e i penitenziari del Paese sono in media fatiscenti, con punte di degrado e abbandono da nord a sud. Eppure, a nove mesi ormai dal decreto voluto da Carlo Nordio-Meloni e dalla nomina del commissario straordinario, Marco Doglio, non c’è ancora - come ha denunciato lo scorso maggio una robusta relazione della Corte dei Conti - alcun dettaglio né previsione dei tempi sul programma Carceri. In compenso ieri il ministro della Giustizia ha ricordato i quattro punti su cui si sta muovendo la sua struttura: “Una detenzione differenziata per i tossicodipendenti; l’espiazione della pena per gli stranieri presso i Paesi di origine; le strutture di accoglienza per i detenuti che hanno i requisiti per l’accesso alle misure alternative alla detenzione ma sono privi delle condizioni socioeconomiche; e soprattutto la riforma della custodia preventiva per i reati non di criminalità organizzata. Infatti, più del 20% dei detenuti è in attesa di giudizio, ed una buona parte di loro alla fine viene assolta”.
Che fine ha fatto il Piano? Il programma ministeriale doveva prevedere “una diminuzione più che consistente dell’affollamento, per riusicre a entrare al di sotto della capienza ordinaria”, parole del Guardasigilli, estate di un anno fa. Dalla realizzazione di nuove strutture sono comunque state espunte almeno 6 nuove carceri: a nord, ma soprattutto a sud. Dove, ad esempio, non si vedrà più quel modello di carcere all’avanguardia previsto in Campania, già fissato in località Boscofangone nel nolano, per costi ritenuti troppo alti. L’unica misura tampone emersa, nel frattempo, si attende da mesi, è quella dei “moduli” prefabbricati: solo 384 posti letto, distribuiti in 9 istituti, costo 32 milioni di euro. “Ma si tratta di veri e propri bunker, sono gabbie che si aggiungono a gabbie”, è il responso, progetto alla mano, di tecnici e attivisti. La via d’uscita è una, ribadiscono gli esperti, come il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia: “Quella rapida e davvero efficace sarebbe un indulto di due anni: perché sono proprio 16mila, cioè il numero di detenuti in eccedenza, coloro a cui manca meno di due anni al fine pena”. La seconda carica dello Stato non si spinge a tanto ma resta, a destra, l’unico testimonial dell’emergenza: “La sofferenza nelle carceri non è né di destra, né di sinistra, dobbiamo farcene carico”, ha detto La Russa. Era un convegno di maggio. E siamo a un’altra torrida estate nelle celle sovraffollate.











