di Gabriele Segre
La Stampa, 18 agosto 2026
Avendole dato la capacità di imparare da sola, prima o poi doveva capitare. Come ogni studente prima di lei, l’intelligenza artificiale ha appena scoperto la più antica scorciatoia dell’apprendimento: copiare. Durante un test, alcuni modelli di OpenAi - chiusi in un’aula digitale blindata per impedire loro di scopiazzare su Internet - hanno trovato il modo di raggirare il sistema, uscire e sbirciare dal “compagno di banco”, l’azienda high-tech Hugging Face. L’allievo più dotato e sofisticato della storia ha così inventato la versione 5.0 del vecchio bigliettino. La vicenda dell’Ai adolescente strapperebbe un sorriso, se non fosse che con gli studenti in carne e ossa sappiamo bene o male cosa fare. Con una macchina che raggiunge il risultato inventando soluzioni che nessun professore aveva previsto, invece, il repertorio pedagogico si svuota all’improvviso.
Una scuola, in fondo, è una sofisticata fabbrica di fiducia. Nessuno si fida ciecamente di un quindicenne durante un compito in classe, ma l’intero sistema lavora perché, un giorno, non ci sia più bisogno di controllarlo. Lo scopo non è crescere un adulto che non copia per paura della nota sul registro, ma uno che comprenda perché barare è un torto verso sé stessi. In piccolo è il meccanismo su cui abbiamo costruito la vita in società: etica, morale e cultura ci aiutano a tracciare il confine tra il bene e il male; ma, siccome nessuna civiltà ha avuto l’imprudenza di affidarsi soltanto alla bontà umana, per il resto esistono contratti, controlli, regole e sanzioni. L’etica prima di tutto; le istituzioni, in attesa che le meraviglie della pedagogia si compiano appieno. Il problema con l’intelligenza artificiale è che abbiamo fatto entrare in classe lo studente prodigio prima ancora di aver scritto il regolamento d’istituto. Da qui nasce buona parte dell’inquietudine che accompagna l’Ai. L’elenco delle paure è ormai sterminato: il lavoro che scompare, i data center che si bevono riserve idriche e energetiche, la cybersicurezza, la competizione tra potenze, aziende più ricche di interi Stati sovrani. Questioni diversissime, accomunate però dalla stessa domanda: di chi dovremmo fidarci?
Non certo dell’allievo: non sappiamo ancora se l’algoritmo possa interiorizzare un limite etico o soltanto diventare più abile ad aggirarlo. Non ci fidiamo fino in fondo neppure dei professori: le aziende che sviluppano questi sistemi sono allo stesso tempo insegnanti, genitori e proprietarie della scuola. Ci avvertono dei rischi di macchine potenzialmente pericolose mentre investono somme mai viste per renderle ancora più potenti. Neppure la presidenza gode di particolare autorevolezza: i governi dovrebbero scrivere il regolamento, ma rincorrono una materia che cambia più in fretta delle norme, temendo che ogni limite imposto significhi regalare il vantaggio alla scuola cinese accanto.
Infine, non ci fidiamo più nemmeno dell’edificio. Negli Stati Uniti l’opposizione ai data center sta riuscendo nell’impresa di mettere d’accordo destra e sinistra, dando un’unica risposta ad aziende che assicurano lavoro ed entrate fiscali: non vi crediamo. Quando persino la promessa della prosperità suscita sospetto invece che consenso, il problema non è più soltanto economico. Così, mentre discutiamo dell’affidabilità della macchina, la sfiducia percorre l’intera catena chiamata a governarla: da chi la costruisce a chi la finanzia, da chi la controlla a chi dovrebbe regolarla. La questione, dunque, non è più se fidarsi o meno dell’Ai, ma come costruire intorno a essa un’architettura di fiducia che renda possibile farlo.
Servono limiti che gli algoritmi sappiano riconoscere e rispettare, responsabilità per chi li sviluppa, autorità capaci di farle valere e regole abbastanza condivise da impedire che la prudenza diventi uno svantaggio competitivo. In altre parole, non basta educare lo studente. Bisogna costruire la scuola dalle fondamenta. Con gli esseri umani ci sono voluti secoli per mettere insieme una pedagogia, ancora oggi imperfetta, fatta di incentivi e castighi, fiducia e controllo. Con l’Ai, c’è ben altra urgenza: adesso che abbiamo scoperto di aver generato, insieme all’Intelligenza Artificiale, anche la Furbizia Artificiale, il problema non è che abbia imparato a copiare, ma che, quando alziamo gli occhi verso la cattedra, non siamo più sicuri di sapere chi sia il professore.










