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di Chiara Graziani

L’Osservatore Romano, 11 ottobre 2022

La morte di Stato, la pena più inumana, non è ancora stata consegnata ai rottami della storia. Il visitatore del museo della dignità umana che sta prendendo forma in un luogo storico di sofferenza ed oppressione - l’isola degli ergastolani di Santo Stefano - si troverà davanti questa sfida.

Un’installazione, una mappa del mondo ospitata nel carcere borbonico, renderà conto del numero di condanne alla pena capitale e di esecuzioni nel mondo. Il contatore del boia scatterà ogni volta che un tribunale degli uomini deciderà di infliggere la morte di Stato. E anche quando lo Stato si sarà preso quella vita.

Sarà sorprendente toccare con mano quanta strade occorra fare ancora. Non a caso il visitatore si troverà faccia a faccia con l’evidenza della crudeltà ultima del potere, alla fine di un percorso nella storia di un luogo di prigionia fra i più duri. Santo Stefano, scrisse un giornalista negli anni 50 del secolo scorso, era “nient’altro che un corridoio buio con le pareti lisce con in fondo una bara e ad un buco”.

Chi sbarcava lì - a remi perché non c’era neppure un approdo decente - su quello scoglio in mezzo al Tirreno, guardava la nave che l’aveva deposto al largo come l’ultimo addio prima di essere inumato nella “tomba dei vivi”.

Il carcere Panopticon di Santo Stefano, affidato da due anni alle cure della commissaria di governo Silvia Costa, è già in parte recuperato dopo 50 anni di degrado. Entro un paio d’anni diventerà, sotto la guida di un comitato scientifico di architetti, ingegneri, biologi marini, giuristi e perfino artisti, un luogo di ispirazione da visitare guidati dalle domande: “Che cos’è la libertà? Cosa fare per ottenerla? Quali pericoli corre?”.

In definitiva: che cos’è la dignità umana? Si partirà dal contatto con uno degli ambienti più ricchi di biodiversità del Tirreno, dove passano tutti gli uccelli migranti del continente e dove i nidi sono nascosti fra le rocce. Per spiegare che l’ambiente che ci sostiene è una sfida di libertà e sviluppo.

Si salirà fra i ricordi della primavera di Santo Stefano, otto anni in cui il direttore Eugenio Penicani, cattolico e napoletano, trasformò una discarica umana in un luogo di costruzione della dignità (il più piccolo dei suoi dieci figli avrà per balia asciutta un ergastolano). Si scoprirà che quell’uomo fu allontanato al nono anno (196o) il carcere chiuso e metodicamente vandalizzato. Si sfilerà accanto ai letti di contenzione, ritirati fuori dalle cantine, scheletri di ferro con un buco al centro per chi vi veniva legato, nudo, per giorni, fino alla mansuetudine dello sfinimento.

All’interno del carcere, al quale era stata data la forma circolare del teatro San Carlo, con i palchi ad ospitare le celle - isola nell’isola - si passerà tra le storie degli sconosciuti, dei tristemente noti e delle generazioni di detenuti politici rinchiusi qui: Spaventa, Settembrini, l’anarchico Bresci, il futuro presidente della Repubblica Pertini. Le celle, ristrutturate ma senza mascherare i luoghi, saranno “arredate di parole”, spiegano i responsabili del progetto.

Vicende, analisi, spunti di riflessione. Le ultime parole a interpellare chi si farà ispirare dalla storia narrata, arriveranno al culmine di un cammino di scoperta, idealmente e materialmente in salita. Quanti esseri umani, oggi, subiscono ancora la più inumana delle pene, quella di morte? Non è ancora stato deciso dove l’atlante della pena capitale sarà collocato.

Il Panopticon ha la struttura di un teatro ed è a cielo aperto. Il comitato ha deciso ed i creativi dovranno realizzarlo. Da qui a due anni dovrebbe essere incastonato nella struttura, unico elemento aggiunto all’architettura dei luoghi. Ricorderà, nelle intenzioni di chi l’ha immaginato, quanto la vendetta, dall’ergastolo senza speranza al patibolo, ancora sia al lavoro per disarticolare un mondo meravigliosamente connesso. Ed in grado di cambiare.