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di Franco Insardà

Il Dubbio, 8 agosto 2026

C’è un’immagine che dovrebbe scuotere la coscienza di tutti più di qualsiasi dato statistico: è quella di un neonato che, dopo le dimissioni dall’ospedale dove è venuto alla luce, viene accompagnato non a casa, ma in carcere. Quel piccolo non ha commesso alcun reato, ma lo Stato ha stabilito che dalle prime ore la sua vita dovrà essere segnata da cancelli, sbarre e controlli di sicurezza. È quello che succederà ai nascituri di tre madri detenute nell’Icam di Lauro, una delle quali, una trentunenne alla quale sono stati negati gli arresti domiciliari, già ricoverata all’ospedale Moscati di Avellino in attesa del parto. Ne dà notizia Samuele Ciambriello, Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, che sottolinea che secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al 31 luglio 2026, in Italia sono presenti 29 detenute madri con 34 figli al seguito. Di queste, 15 donne con 14 bambini sono ristretti proprio nell’Icam di Lauro.

Dati confermati proprio in questa settimana dal nuovo Rapporto di metà anno 2026 dell’associazione Antigone e che non possono essere liquidati come una semplice conseguenza dell’esecuzione della pena, ma al contrario, raccontano un arretramento dei diritti che ha un epicentro preciso: la Campania. L’Icam di Lauro, in provincia di Avellino, infatti è oggi la struttura che ospita il maggior numero di detenute madri e bambini di tutta Italia.

Per il garante Ciambriello “Questi numeri pongono interrogativi ai quali non possiamo sottrarci. Due delle donne incinte sono ancora in attesa di giudizio, una è definitiva: dobbiamo chiederci se sia stato fatto tutto il possibile per individuare una misura cautelare meno afflittiva e compatibile con la tutela della maternità. La legge stessa considera la custodia cautelare in carcere della donna incinta una soluzione eccezionale”.

I numeri parlano da soli. Alla metà del 2026 erano 30 i bambini sotto i tre anni che vivevano in carcere insieme a 25 madri detenute. Poco più di un anno fa, nell’aprile 2025, erano appena 11. Un dato quasi triplicato dopo l’entrata in vigore del decreto legge 48/2025, poi convertito nella legge 80/2025, che ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli di età inferiore a un anno. Secondo Antigone, quella modifica ha cancellato una tutela che esisteva addirittura nel Codice penale del 1930. Oggi una donna in gravidanza o che ha appena partorito può essere immediatamente incarcerata, portando con sé il neonato. Ancora più controversa è la norma che consente, per motivi disciplinari, il trasferimento della madre dall’Icam a un carcere ordinario senza il proprio figlio, affidato ai servizi sociali. Per Antigone è la prima volta che il nostro ordinamento apre concretamente alla possibilità di separare un bambino dalla madre come conseguenza di una sanzione disciplinare.

Il caso della giovane ricoverata ad Avellino rende ancora più evidente il paradosso.”È accettabile pensare - domanda Samuele Ciambriello - che, dopo il parto e dopo le dimissioni dall’ospedale, il primo luogo nel quale un neonato venga condotto sia una struttura detentiva? La sua prima casa non può essere un carcere. La maternità, la nascita e i primi mesi di vita richiedono protezione, cura e libertà dagli inevitabili condizionamenti dell’ambiente penitenziario”. Parole che chiamano in causa direttamente lo Stato. Perché nessun bambino sceglie dove nascere e nessun bambino può essere trasformato nel destinatario indiretto di una pena che appartiene esclusivamente alla madre. Il Garante campano denuncia inoltre una distribuzione disomogenea delle detenute madri sul territorio nazionale, con alcune donne ancora ristrette in istituti ordinari, privi delle caratteristiche degli Icam, e rivolge un appello al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. “Chiedo al ministro di occuparsi con urgenza di questa situazione. Non si tratta di invocare impunità per nessuno. La responsabilità penale è personale, ma proprio per questo non può ricadere sui bambini. Lo Stato ha il dovere di eseguire le proprie decisioni giudiziarie senza trasformare l’infanzia in una conseguenza collaterale della pena o della custodia cautelare della madre. Gli Icam rappresentano certamente una soluzione più rispettosa rispetto al carcere ordinario, ma restano luoghi di privazione della libertà. La vera sfida deve essere quella di ridurre il più possibile la presenza dei bambini all’interno del circuito penitenziario, potenziando le strutture territoriali, le case famiglia protette e tutti gli strumenti già previsti dall’ordinamento. Possiamo indignarci per tutto questo? Io credo che non solo possiamo, ma dobbiamo indignarci. Una società civile si misura anche da come protegge i suoi bambini senza colpe, soprattutto quelli che non hanno alcuna responsabilità per le vicende giudiziarie dei propri genitori. Nessun bambino dovrebbe vedere sbarre, cancelli e agenti come parte normale dei suoi primi anni di vita”.

La fotografia scattata da Antigone e la situazione dell’Icam di Lauro pongono una domanda che la politica non può più rinviare: quale idea di giustizia è quella che accetta che un neonato conosca il mondo attraverso le sbarre di un istituto penitenziario? Perché uno Stato davvero forte non si misura dalla severità con cui punisce, ma dalla capacità di non far pagare agli innocenti il prezzo delle colpe degli altri.