di Chiara Martinoli
it.insideover.com, 21 aprile 2026
L’incubo di Daniela nasce da un’infanzia difficile e problemi familiari. Fin dall’adolescenza fa uso di droghe pesanti. A 18 anni scappa di casa e vive per strada, ma continua il liceo: dorme in stazione, al mattino va a scuola con i libri. È brava, ha ottimi voti e potrebbe diplomarsi. Tuttavia la dipendenza e il bisogno di procurarsi le sostanze prendono il sopravvento. Si immerge nella vita di strada, con tutti i rischi. A 22 anni viene arrestata, senza sorpresa. “Io facevo una vita di strada molto ai limiti - ci racconta - anche l’esperienza che ho avuto con le sostanze non è mai stata un’esperienza realmente ludica, cioè era un uso massiccio che poi mi ha portato ad avere un sacco di problemi di salute.
Ho avuto un periodo di dipendenza dall’alcol, ho avuto crisi epilettiche dovute all’abuso di psicofarmaci perché assumevo magari 20-30 Tavor al giorno, più le dosi di eroina e le altre droghe: insomma ero realmente fuori controllo. In strada ho sempre avuto a che fare con le forze dell’ordine, dalle cose più insignificanti alle cose più gravi: fermi, perquisizioni, interrogatori, richieste di farsi dare informazioni su altre persone che vendevano o che usavano droghe.
D’altro canto, io ne ho combinate di tutti i colori, per cui mi hanno arrestato a 22 anni, ma avrebbero potuto arrestarmi anche prima: perché in quel periodo io ho fatto furti, ho spacciato, ho fatto rapine per cui non mi hanno preso… E quindi no, non è stato assolutamente un improvviso incontro con il carcere, non ero assolutamente meravigliata di finire arrestata”. Daniela attraversa tre carceri: il primo è il Don Bosco di Pisa.
Dopo un breve periodo viene spostata a Empoli, in un istituto a custodia attenuata. Nel 2012 Daniela aveva terminato di scontare la sua prima pena, ma la sua libertà però dura meno di una settimana: “Sono stata libera per circa cinque giorni e in quei cinque giorni ho fatto di nuovo un sacco di casini: mi hanno arrestato e quella seconda condanna l’ho scontata a Roma, nel carcere di Rebibbia. Ogni ingresso in carcere per Daniela avviene più o meno allo stesso modo: “Il carcere era già informato della mia situazione difficile, i problemi psichiatrici, i motivi per cui dovevo sempre essere in un regime di sorveglianza... All’inizio della carcerazione normalmente si fa un periodo in isolamento: nel mio caso invece, questo periodo iniziale lo passavo sempre in infermeria. Poi sono stata in cella con otto persone. A dire il vero, di Pisa ed Empoli ho ricordi piuttosto sfocati, perché assumevo ancora molte sostanze”. La droga in carcere non è un mistero. Secondo l’Associazione Antigone, che si occupa dei diritti nel sistema penale, più di un terzo delle persone detenute sono in carcere per reati connessi alla droga, e più in generale i l 40% di chi entra in prigione fa uso di sostanze.
“Le persone con dipendenze sono tante dentro il carcere - conferma Daniela - e i modi per procurarsi le sostanze si trovano senza troppe difficoltà. Per quanto riguarda gli psicofarmaci invece c’è una generale tolleranza: si tende, soprattutto per chi è problematico, a dare psicofarmaci in quanto fanno stare calmi, fanno stare tranquilli, limitano i casini”. I dati sul consumo di psicofarmaci in carcere sono impressionanti: secondo l’ultimo report di Antigone, oltre 15mila detenuti fanno uso di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi, e in 30mila fanno uso di sedativi o ipnotici. Un macigno che pesa soprattutto sulle sezioni femminili: più della metà delle donne detenute fa uso regolare di psicofarmaci. Daniela vive tutto questo sulla propria pelle.
Eppure, proprio in carcere riesce a disintossicarsi e a liberarsi dalla dipendenza. Se per Pisa ed Empoli ha memorie sfocate e confuse, di Rebibbia conserva ricordi vividi e indelebili: “A Rebibbia è cambiato che fondamentalmente io mi sono ripulita: ho avuto un periodo in cui sono stata molto male e poi sono riuscita a reagire. Il carcere ha avuto un ruolo fondamentale in questo cambiamento. Un ruolo che in piccola parte è stato anche positivo; ma è l’aspetto più brutale, più traumatico, del carcere, quello che ha segnato veramente Daniela: “Quello che mi ha veramente fatto cambiare prospettiva è stato il fatto di assistere, soprattutto a Rebibbia, a situazioni poco piacevoli: vedevo persone che non sono assolutamente all’interno del circuito della tossicodipendenza che venivano messe in mezzo a determinate dinamiche e finivano per usare pure loro sostanze.
Questo tipo di dinamiche in realtà per strada io le avevo sempre vissute, però in carcere sono arrivata proprio a rimanerne disgustata. C’erano persone a cui volevo veramente bene, persone che sono entrate che si facevano solo gli spinelli e che dopo un anno lì dentro erano praticamente rovinate, completamente rovinate. Questa cosa mi ha proprio devastato. Anche perché in strada, se una persona la vuoi proteggere, un pochino ci riesci: sei per strada, quindi anche la persona stessa se ne può andare. Tutte queste cose in carcere ti sfuggono completamente dalle mani: tu non puoi fare nulla e quindi senti proprio che le persone a cui vuoi bene ti sfuggono dalle mani. Io per strada ero libera di fuggire, di dire “ok mi voglio far del male: lo faccio solo a me stessa e basta”, in carcere invece mi sono resa conto che questa cosa non era possibile: io non ero libera di fuggire, dovevo stare lì e guardare le persone che amavo venire ingoiate da quella roba.
Questa cosa mi ha dato due schiaffi in faccia abbastanza forti, devo dire la verità, mi ha fatto veramente svegliare prepotentemente. E quindi a un certo punto ho detto “basta, io non mi riconosco più in questo, in questo tipo di ambiente non mi ci voglio riconoscere”.
Dopo quattro anni di detenzione, arriva il giorno in cui Daniela torna a essere una donna libera. La vita fuori dal carcere, però, torna a essere difficile. “Dopo quattro anni di detenzione, più altri gli altri anni in cui comunque avevo una dipendenza importante, io il primo anno che ho passato fuori dal carcere non riuscivo mai a dormire - racconta Daniela - soffrivo proprio d’insonnia, andavo in giro la notte, non riuscivo a stare dentro casa, come se avessi una sorta di iper eccitazione perpetua”.
Poi accade un evento, sempre legato al carcere, che la colpisce di nuovo, profondamente: “È stato quando hanno scarcerato la mia compagna di cella, Anna - ricorda Daniela - noi avevamo un rapporto molto stretto, ci conoscevamo già da quando stavamo per strada insieme. Quando lei uscita io sono andata a prenderla fuori dal carcere, ricordo che l’ho aspettata per ore sotto la pioggia. Lei è uscita, ma aveva grandi problemi di dipendenza. Il problema è che se in carcere prendi dieci psicofarmaci al giorno e quando esci non hai più questi psicofarmaci, dai di matto. Nel suo caso oltretutto non avevano assolutamente idea di tutte le sostanze cha aveva assunto durante la detenzione. Fatto sta che è uscita, e praticamente la sera stessa è morta per overdose”. Daniela affronta un periodo difficilissimo. Fatica a trovare un lavoro e lotta con tutta se stessa per non ricadere nel vortice della tossicodipendenza.
“A un certo punto sono riuscita ad accettare il fatto che potevo anche tornare a vivere da mia mamma e mi sono rimessa a studiare. A onor del vero ho avuto un grosso infortunio che mi ha praticamente impedito di fare qualsiasi altra cosa: quando a un certo punto ho capito che da sola non potevo stare, il lavoro non l’avrei trovato e sarei finita di nuovo a fare qualche danno, allora sono tornata a casa, mi sono curata e mi sono messa a studiare. Se non avessi avuto questo infortunio, ti dico la verità, non so se realmente sarei riuscita a trovare la tranquillità per studiare”.
Oggi Daniela è sicuramente più serena. Ha terminato gli studi e si è anche laureata, in scienze politiche. Sono passati dodici anni dal giorno in cui è uscita da Rebibbia. Ma ha deciso di non lasciarsi del tutto alle spalle il carcere: Daniela, infatti, lavora per un’associazione che si occupa di diritto allo studio per persone detenute ed ex detenute. Daniela continua ad avere a che fare con il carcere, aiutando le persone che vi sono recluse. Ma del carcere non pensa nulla di buono: “Il carcere è come il setaccio della società: tutto quello che si cerca di togliere dalla nostra società finisce nel carcere. E poi io penso che il carcere sia un luogo in cui passano veramente tante persone che non ci dovrebbero nemmeno stare, insomma non è quello il luogo adatto in cui loro dovrebbero stare, ci finiscono e quel luogo non fa altro che peggiorare la loro situazione e quindi rinforzare poi le condizioni che fanno sì che continuino a delinquere. Insomma, il carcere non è lo strumento che risolve il problema, è lo strumento che acutizza il problema”.











