di Giuliano Foschini
La Repubblica, 2 aprile 2025
Magistrata di sorveglianza abruzzese, il sottosegretario vorrebbe che diventasse la prima donna alla guida del Dipartimento. Oggi è vice. Quando ieri il sottosegretario Andrea Delmastro ha detto ai cronisti che “sul Dap non c’è alcuna novità”, stava dando una notizia. E cioè che per il momento, per lui, il solo nome in campo per guidare le carceri italiane è l’attuale reggente, Lina di Domenico, la magistrata attorno alla quale si sta realizzando lo scontro tra il governo e il Quirinale. La storia ormai è nota: Di Domenico è stata scelta dal governo senza un’interlocuzione con il Colle a cui spetta la scelta. Di più: addirittura il Csm nei primi giorni di gennaio ha votato per il suo distacco (Di Domenico è una fuori ruolo) dando per scontato una nomina che invece non c’era. E tre mesi dopo non è ancora arrivata.
Ma perché Delmastro tiene tanto a Di Domenico? “Perché è la più brava e poi sarebbe la prima donna alla guida del Dap nella storia” ripete a chi in queste ore gli chiede cosa sta accadendo. Sul curriculum della magistrata, in realtà, nessuno obietta. Ma sono tutti concordi nel raccontare la vicinanza della magistrata al sottosegretario, “che in questi mesi è il vero capo del Dipartimento”. Laureata a Roma, “mi dovevo chiamare Liberata, evidentemente nel nome c’era il mio destino: mi dovevo occupare di carceri” dice oggi. Vinto il concorso in magistratura è diventata subito magistrata di sorveglianza a Novara, e chissà che non si sia incrociata già a quel tempo con l’avvocato penalista Delmastro. In realtà la storia non era scritta soltanto nel nome. Ma nella famiglia. Di Domenico è nipote di Giuseppe Falcone, scomparso nel 2018, ex presidente del tribunale di sorveglianza di Roma e soprattutto stimatissimo dirigente proprio del Dap di cui era stato vice capo e soprattutto direttore dell’ufficio personale, circostanza che lo fa essere ancora ben ricordato dagli agenti in servizio. Gli stessi agenti - in particolare i sindacati più di destra, quelli vicini a Delmastro - che avevano brindato alla notizia della nomina di Di Domenico. Che, al di là della parentela, conoscevano.
Dopo l’esperienza alla sorveglianza, nel 2018 la magistrata viene nominata vice capo del Dap, raccontano, su indicazioni di alcuni parlamentari dei 5 Stelle. Non sarà però un’esperienza memorabile. I suoi rapporti con l’allora capo, Francesco Basentini, non decollano. Anzi. “Lei stessa raccontava di non essere messa in condizioni di lavorare e, infatti, non ci sono tracce del suo lavoro in quegli anni” racconta una fonte del Dipartimento. Nel 2019 non viene riconfermata. Dovrebbe tornare in magistratura ma invece continua il fuori ruolo. Il presidente della commissione Antimafia, il 5 Stelle Nicola Morra, la sceglie come consulente. Resta dunque nei palazzi romani dove si fa notare in particolare dalla segretaria della commissione, Wanda Ferro, con cui instaura un rapporto diretto. E che, una volta vinte le elezioni, la suggerisce immediatamente per un incarico di vertice al Dap. Diventa così, come suo zio, numero due del Dipartimento, accanto a Giovanni Russo. A differenza di Russo, però, Di Domenico comincia a lavorare immediatamente accanto a Delmastro. Che ora, anche soltanto come vicaria, non vuole privarsi di lei.











