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di Antonella Mascali

Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2022

Il nuovo capo del Dipartimento ha autorizzato l’incontro con alcuni non parlamentari (Rita Bernardini & C.) in due carceri sarde. L’èra Renoldi alla direzione dell’amministrazione penitenziaria è cominciata con un permesso senza precedenti dal tempo delle stragi mafiose, da quando cioè, dopo gli attentati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (quest’anno corre il 30simo anniversario), è stato istituito il regime carcerario per boss, il 41 bis, per evitare che gli istituti penitenziari fossero ancora luoghi di libero comando mafioso a distanza.

Una delegazione di non parlamentari, capitanata da Rita Bernardini, presidente dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, storica radicale, ha potuto incontrare i boss detenuti in due carceri sarde grazie a un foglio firmato dal direttore del Dap, Carlo Renoldi, scelto dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, a marzo scorso, tra le polemiche delle associazioni antimafia e dei familiari delle vittime per i suoi attacchi a chi è “arroccato nel culto dei martiri”, ma tra gli applausi dei (cosiddetti) garantisti che vorrebbero abolire il 41 bis, una “tortura democratica”, sostiene Bernardini.

La delegazione radicale ha ottenuto il permesso di incontrare i detenuti mafiosi durante le visite del 7 e 10 maggio nelle carceri di Sassari e Nuoro. A Sassari ci sono, tra gli altri, il boss stragista Leoluca Bagarella e il boss camorrista del clan dei Casalesi, Michele Zagaria; il boss della ‘ndrangheta Domenico Gallico. A Nuoro ci sono, tra gli altri, Francesco Guttadauro, figlio del boss e medico, Giuseppe e nipote del capomafia latitante Matteo Messina Denaro; il camorrista Edoardo Contini.

Bernardini, per poter incontrare i 41 bis, aveva scritto al Dap una mail il 2 maggio in cui chiedeva di poter visitare i penitenziari di Sassari e Nuoro, senza spiegare le ragioni, in aggiunta alle carceri con soli detenuti comuni o all’alta sicurezza di Cagliari, Oristano e Tempio Pausania. Renoldi, come direttore, ha firmato un permesso a Bernardini, ai coniugi Sergio D’Elia, segretario ed Elisabetta Zamparutti, tesoriere di “Nessuno tocchi Caino” e ad altri componenti della stessa associazione. Zamparutti è anche rappresentante per l’Italia del comitato europeo per la prevenzione della tortura. La delegazione ha potuto accedere ai reparti con i detenuti mafiosi perché per la prima volta, nel foglio rilasciato dal Dap, a firma del direttore Renoldi, non c’era la solita dicitura “a esclusione della sezione 41 bis”. Quindi, il direttore, in questo caso, non ha fissato le modalità delle visite, così come si è sempre fatto in base all’ordinamento penitenziario (articolo 117), secondo il quale persone diverse da quelle che non hanno bisogno di autorizzazione (indicate dall’articolo 67) possono entrare nelle carceri con le modalità fissate dal permesso ricevuto.

Fino a maggio scorso, il foglio di autorizzazione rilasciato dal Dap impediva la visita ai 41 bis. Con l’arrivo di Renoldi è stato creato il precedente: permesso “libero”.

Durante gli incontri della delegazione con i detenuti, ci risulta che si sia parlato della riforma dell’ergastolo ostativo, una manna per i mafiosi in carcere, dato che possono aspirare ai permessi premio dal 2019, dopo la sentenza della Corte costituzionale e non appena il Senato approverà definitivamente la riforma, imposta dalla stessa Corte, potranno puntare pure alla libertà condizionata. Da parte di alcuni dei detenuti mafiosi ci sono state anche lamentele per mancata assistenza sanitaria. Tutte le richieste dei boss in carcere sono state annotate dalla delegazione, che a sua volta ha invitato i detenuti mafiosi a iscriversi all’associazione “Nessuno tocchi Caino”.

La concessione all’associazione ha fatto rumore dentro al Dap anche perché agli interni non è sfuggito che il via libera di Renoldi alle visite c’è stato in assenza dell’allora vice capo Dap, Roberto Tartaglia, che si trovava fuori sede, in missione.

Al suo rientro, appreso della scelta di Renoldi, raccontano dal Dap, pare che Tartaglia, tra i pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, non l’abbia presa affatto bene. Questa vicenda sarebbe uno dei motivi per cui la sua permanenza al Dap non sarebbe durata a lungo, ipotizzano alcuni del Dap. Tartaglia, suppongono ancora, sarebbe andato via anche se non avesse ricevuto un nuovo incarico, prestigioso, a giugno, quando è stato nominato vice capo del dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio, il Dagl.

La ministra Cartabia al posto dell’ex pm antimafia di Palermo ha scelto non un altro magistrato come Tartaglia ma un alto funzionario, Carmelo Cantone, fino a giugno Provveditore regionale per il Lazio, Abruzzo e Molise, da oltre 25 anni al Dap, in perfetta linea con Renoldi.

Dopo la concessione di quelle visite senza precedenti ai 41 bis, il direttore del Dap è stato ringraziato pubblicamente da Rita Bernardini in con un’intervista a Tpi: “Questo è un merito del nuovo direttore del Dap Renoldi: ci ha promesso che ci avrebbe dato questa possibilità e ha mantenuto la parola… Sono riconoscente, nel mondo del carcere queste due condizioni - insieme, per giunta - non si verificano mai”. Due settimane fa, il 21 giugno, Renoldi ha incontrato in ufficio Bernardini, D’Elia e Zamparutti. Ironia della sorte, il giorno stesso dei saluti di Tartaglia al Dap.