di Giuliano Foschini
La Repubblica, 13 maggio 2025
Il governo accelera sul dipartimento di amministrazione penitenziaria su cui dura da settimane il braccio di ferro col Colle. Non dovrebbe toccare all’attuale reggente Lina di Domenico ma al magistrato Stefano Carmine De Michele. La reggenza, durante il periodo di Andrea Orlando in via Arenula, era arrivata a durare fino a 8 mesi. Per non superare quel “record” ed evitare che l’imbarazzo istituzionale continui ancora a lungo con il Colle, il governo potrebbe ora sbloccare la situazione del Dap, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, nominando un nuovo capo al posto della reggente Lina di Domenico.
“La dottoressa sta dando prova di grande competenza e affidabilità” aveva detto non meno di una settimana fa Carlo Nordio, dando l’impressione dunque che non era previsto un cambio. Qualcosa però si è mosso. E ora il ministro della Giustizia si sarebbe persuaso che il muro contro muro con il Quirinale non può continuare all’infinito. Da qui una soluzione di mezzo, con l’accordo del sottosegretario Andrea Delmastro e del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi: individuare cioè una figura tecnica da affiancare a Di Domenico.
Il nome che sarebbe stato individuato, raccontava ieri il Fatto Quotidiano, è quello di Stefano Carmine De Michele, magistrato di lungo corso, ex presidente del tribunale di Tivoli, nessuna esperienza nel mondo delle carceri ma da un anno al ministero della Giustizia come direttore degli affari civili, un filo diretto con Bartolozzi. E sarebbe questo proprio il suo valore aggiunto nella scelta che comunque non convince tutti a via Arenula anche se viene letta come la maniera migliore per uscire da “una brutta situazione istituzionale”, come spiega una fonte del ministero. È ormai noto che il Quirinale si sia assai irritato per il metodo usato per la scelta di Di Domenico: prima la comunicazione, seppur informale, alla stampa. Poi, addirittura, una delibera del Consiglio superiore della magistratura che dava per certa la nomina che invece tocca, essendo il capo del Dap anche il vertice della Penitenziaria, al capo dello Stato.
Da qui il muro contro muro con una moral suasion per convincere il Quirinale su Di Domenico (“è molto brava, è una donna, anche la premier è convinta” per dire, sono alcuni dei ragionamenti che fanno i suoi sponsor) che fino a questo momento non ha avuto presa anche perchè il problema è di metodo, non di merito. Ecco perché ora si dovrebbe virare su una soluzione di mezzo: Di Domenico al Dap, sì, ma con un altro vertice. Almeno sulla carta.











