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di Loredana Lipperini

L’Espresso, 14 marzo 2025

Il disegno di legge della destra è il solito boccone securitario. Che non risolve niente, ma attira applausi. Nel 2015 Elvio Fassone, oggi ex magistrato di Cassazione e già presidente della Corte d’Assise, scrive “Fine pena ora”, un piccolo libro che esce per Sellerio: il contenuto è un dialogo con Salvatore, uno dei capi della mafia catanese che lo stesso Fassone fece condannare nel 1985. Il giorno dopo la sentenza, il magistrato scrive al mafioso e gli manda un libro, turbato da una frase pronunciata durante il processo (“se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia “). Si scriveranno per 26 anni. Salvatore proverà a uccidersi, sostituendo alle parole riportate nella sua scheda (Fine pena: mai, ovvero anno 9999), il suo “Fine pena: ora”.

Per inciso, quello di Fassone non è pentimento: la condanna era giusta, ma è sul senso della pena che l’uomo di legge ha molte cose da dire, come questa: “La comunità offesa dal delitto si fa risarcire con fette di vita prelevate chirurgicamente da quel bisturi inappuntabile che è il processo”. Ed è per questo che è tristissimo applaudire il disegno di legge che prevede l’ergastolo per i femminicidi, annunciato in pompa magna da Giorgia Meloni e dalla ministra Eugenia Roccella alla vigilia dell’8 marzo.

Un percorso lungo, peraltro: già nel 2017 Snoq-Libere, nella persona di Fabrizia Giuliani, presentò un emendamento dove si prevedeva l’ergastolo per il femminicida. E un anno prima, quando la proposta prendeva forma, Michela Murgia protestava: “In mezzo alle grida indignate dei giustizialisti del giorno dopo, a me l’ultima cosa che interessa è sapere se verrà dato l’ergastolo all’uomo che ha ucciso Sara Di Pietrantonio.

Molto più importante mi pare capire perché di uomini come quello in Italia ce ne siano migliaia e picchino, violentino o uccidano altrettante donne ogni anno”. Insomma, ieri come oggi, è più facile, e soprattutto incontra più consensi, pensare alle morte invece che cercare di salvare le vive. Perché procedere a colpi di giustizialismo, appunto, e dichiararsi soddisfatti da quel 9999 scritto sulla scheda non riporta indietro nessuna, non previene nulla, non interviene sulle cause, non stanzia maggiori finanziamenti per i centri antiviolenza, non forma le forze dell’ordine, non forma neanche i ragazzi e le ragazze, e tutto quello che da anni viene ripetuto, quanto ignorato, perché dare in pasto all’elettorato un bel boccone securitario paga, purtroppo.

Certo, questo sembra un dettaglio tra le nubi nere che si addensano sul mondo, mentre Donald Trump sta facendo di tutto per farle notare: dalla ventilata abolizione del Dipartimento dell’Istruzione (negli Stati Uniti, e non è detto che ci riesca: Valditara può stare tranquillo) alle restrizioni orwelliane sugli studi che menzionano parole riferite a sesso e genere fino alla censura sui giornali. Ma non è con l’ergastolo che si dissolvono almeno alcune di quelle nubi: come dice l’associazione Antigone, il diritto penale non ha mai educato nessuno.

Per questo, la cosa preziosa di oggi è “Parlare fra maschi” di Alessandro Giammei, che esce per Einaudi: il libro non deresponsabilizza gli uomini che non uccidono, ma restituisce loro proprio la responsabilità, indagando su come si socializza in famiglia, a scuola, fra amici, sul lavoro, in campeggio, giocando di ruolo. E li invita a scrollarsi di dosso, fra le altre cose, il mito della vittoria, che è cosa importantissima in giorni dove gli spiriti guerreschi spuntano dove mai avresti immaginato di trovarli. Purtroppo, di nuovo.