di Errico Novi
Il Dubbio, 23 gennaio 2025
Più tempo, innanzitutto: il nuovo commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria Marco Doglio vede prorogata al 31 dicembre 2026, con un extra time di 12 mesi esatti, la scadenza per presentare e mettere sui binari il proprio piano di riqualificazione. È una delle novità previste, in materia carceraria, dal decreto Giustizia convertito martedì alla Camera. Ieri, in entrambi i rami del Parlamento, il guardasigilli Carlo Nordio ha citato il “Piano per l’edilizia penitenziaria e la ristrutturazione del patrimonio” nell’ambito della propria relazione sullo Stato della giustizia.
Il futuro degli istituti di pena è dunque nelle mani, almeno in termini strutturali, di un super manager con un passato molto importante nel pubblico e nel privato: Doglio ha guidato tra l’altro Rete ferroviaria italiana e, più di recente, è stato responsabile della Direzione immobiliare di Cassa Depositi e prestiti. Di certo una delle figure professionalmente più attrezzate a cui il governo avrebbe potuto rivolgersi per tentare di restituire un minimo di dignità, almeno sul piano materiale, ai malmessi istituti di pena italiani. Ed è una novità non irrilevante che, per una volta, un incarico chiave in campo carcerario non sia conferito a un magistrato.
Doglio è un ad, vocazione che nell’impresa si coniuga con i principi di efficienza, pianificazione e sostenibilità finanziaria. Non si discutono le sue capacità. Ma un profilo del genere dovrà calarsi in una missione forse insolita o quanto meno ellittica rispetto alla prospettiva tipica del top management: umanizzare le carceri, a partire da una diversa idea di architettura penitenziaria. Sono idee e visioni attorno alle quali il Dubbio, nello scorso mese di giugno, ha organizzato una giornata di studi. In quell’occasione la materia di un’architettura concepita per rendere non solo dignitosa ma anche più armonica, per quanto possibile, la permanenza fisica negli istituti di pena è stata una volta tanto al centro del confronto politico.
Nella relazione consegnata, e in parte oralmente esposta, dal ministro Nordio ieri alle Camere, l’idea è, almeno nelle intenzioni, di non limitarsi a progettare e costruire nuovi istituti, obiettivo che sarebbe del tutto insensato rispetto alla terribile emergenza che divora il sistema: i suicidi dietro le sbarre. L’anno 2024 è finito col macabro e assoluto record di 90 vittime, in questo primo mese del 2025, non ancora concluso, siamo già a 9 detenuti che si sono tolti la vita: con una progressione del genere, si rischia di infrangere di nuovo il vergognoso primato.
Ma appunto, Nordio definisce il compito affidato a Doglio come rivolto non solo alla “edilizia” ma anche al “completamento della ristrutturazione del patrimonio”. Seguono declinazioni che solo in parte si coniugano con l’aspettativa di un’architettura penitenziaria più compatibile con la vita umana: il “Documento programmatico generale” emanato dal Dap riguarda “la riqualificazione del patrimonio edilizio, l’efficientamento energetico e l’adeguamento strutturale con innovazione degli impianti di sicurezza e videosorveglianza”.
Esigenze che pure esistono, ma alle quali si spera che Doglio provveda ad associare altre soluzioni. Il commissario disporrà di una non trascurabile riserva finanziaria. Solo con il decreto Giustizia licenziato l’altro ieri a Montecitorio, gli sono stati assicurati 95 milioni e 724mila euro. Risorse recuperate da pregressi stanziamenti per obiettivi di ben diversa natura: non solo la riforma della magistratura onoraria (73 milioni e mezzo) ma anche il rimborso delle spese agli assolti (13 milioni e 236mila) e la giustizia riparativa (poco meno di 9 milioni). Quelle somme non avrebbero potuto rimanere appostate, in quanto non spese, sugli scopi a suo tempo indicati. Che sono sì rifinanziati per l’anno 2025 ma che, per legge, non potevano avvalersi di un accumulo con le riserve avanzate in passato. Così si è deciso di trasferire il tesoretto inutilizzato sui progetti per l’edilizia penitenziaria. Di per sé la scelta rischia di essere ambivalente, qualora i soldi servissero solo all’ampliamento volumetrico delle prigioni.
Umanizzare il carcere è un dovere dello Stato. Doglio potrà avvalersi, sempre in virtù di quanto stabilito dal Dl giustizia, di una struttura formata da 5 esperti e del contributo “gratuito” di stazioni appaltanti, società partecipate dallo Stato e della “vigilanza collaborativa” dell’Autorità nazionale Anticorruzione presieduta da Giuseppe Busia.
Certo, anche la prevenzione del malaffare, negli interventi per riqualificare le carceri, va garantita. Ma la testa dovrebbe essere rivolta ai reclusi. Alla devastante condizione in cui sono costretti. Un’idea del degrado in cui sono precipitati gli istituti di pena è offerta dall’Ordine degli avvocati di Bologna, coinvolto ieri, insieme con la Camera penale del capoluogo emiliano, dal presidente della Regione Michele De Pascale in una visita nel carcere “Dozza”.
Ebbene, nella propria nota, il Coa bolognese ricorda tra l’altro di aver chiesto al governatore “un impegno concreto a investire risorse per l’assistenza sanitaria negli istituti di pena, settore che più di altri vive una condizione di grave difficoltà per carenze di personale e mezzi. L’implementazione di personale medico specializzato nel trattamento del diffusissimo disagio psichico può essere un primo passo per prevenire il rischio suicidario, riducendo l’abuso di psicofarmaci che provoca dipendenze patologiche e alimenta un mercato clandestino all’interno delle carceri”. Prigioni come piazze di spaccio di psicofarmaci per resistere alla disperazione. Un vero e proprio inferno. Di fronte a simili descrizioni, Doglio dovrà realizzare una rivoluzione umanizzante. O il suo stesso mandato perderà di senso.










