di Jacopo Storni
Corriere della Sera, 30 ottobre 2025
Coordinatrice di due cliniche con Intersos, Fumagalli racconta il conflitto dimenticato. “Oltre due milioni affamati o malnutriti, molti destinati a diventare bambini-soldato”. La sua vita è cambiata in terza elementare. Alla parete della classe c’era un poster del mondo che si abbraccia. “Il senso era che bisognava guardare oltre il nostro limitato orizzonte”. E dentro di lei scattò qualcosa. L’anno dopo, in quarta elementare, nella sua classe si presentarono alcuni cooperanti internazionali a parlare di mine anti-uomo in Afghanistan. “Da quando sono piccola ho sempre pensato che il senso della vita sia aiutare gli altri, quelli più sfortunati”. Ecco perché oggi Chiara Fumagalli, 30 anni, parla al telefono da una clinica sanitaria del Darfur, in Sudan occidentale dove a pochi chilometri imperversa una guerra civile che non fa notizia e dove i morti, soltanto negli ultimi due anni, sono stati decine di migliaia. È il dramma del Sudan: un mix letale di conflitti, cambiamenti climatici e povertà che ha portato 2,3 milioni di bambine e bambini sotto i 5 anni in una condizione di malnutrizione acuta.
Chiara è lì con la ong Intersos: si occupa del coordinamento di due cliniche che accolgono gli sfollati di guerra. La struttura più complicata è quella che si trova nel villaggio di Khazan Tunjur, a metà strada tra il fronte della guerra e la città di Tawila, il primo rifugio dopo tre giorni di cammino dalle aree di crisi. Chiara vede arrivare quei bambini emaciati e denutriti, che hanno la stessa età che aveva lei quando una cartina geografica in classe cambiò il suo destino. “I bambini del Sudan non vanno a scuola. Quelli che scappano dalla guerra li vedo arrivare coi vestiti rotti, la pelle sporca e gonfia, gli ematomi, lo sguardo appannato e i polmoni che fanno fatica a respirare, la bocca aperta, affaticata”. Qualcuno muore, come quella bambina che ha visto spegnersi in ospedale per emorragia interna dopo un’anemia falciforme.
Un lembo di mondo in cui anche la morte sembra diventata un’abitudine: “Se sei esposto costantemente al rischio non dico che l’idea della morte perda di valore, ma è un’opzione che prendi molto più in considerazione”. E poi quei ragazzini con l’anima flagellata: “Hanno meno di dieci anni eppure lavorano, nei campi, nelle officine, dove capita. Nei loro occhi vedo il vuoto, hanno sguardi persi e non sorridono mai. Anzi no - aggiunge - sorridono quelli che imbracciano un fucile, che ritrovano vigore indossando un’arma e diventando bambini-soldato”. Alla loro età Chiara cominciava a dipingere la sua vita nella tela dei sogni. Loro invece no, loro sembrano non avere neppure un destino.
C’è un bambino a cui Chiara si è affezionata tanto, è nato in casa col rumore delle bombe attorno: “I suoi genitori credevano che sarebbe rimasto sordo, invece non lo è e per questo l’hanno chiamato Faris, che in arabo significa forte”. Non è semplice essere bambini in Sudan. E non è semplice viverci nemmeno per Chiara. “Lavoriamo fino a metà pomeriggio, poi in serata scatta il coprifuoco e non possiamo uscire”. Passa il tempo con gli altri cooperanti, oppure al telefono col suo fidanzato, imprenditore in Iraq. Alla domanda “ma chi te l’ha fatto fare?”, lei risponde schietta: “Nessuno me l’ha fatto fare, l’ho sempre voluto fare io, da quando ero piccola”. Dopo la laurea in Scienze politiche a Milano e un master a Londra è partita in missione per l’Iraq con una ong locale, poi è approdata a Intersos, che in Sudan supporta due centri di assistenza sanitaria di base e due ospedali pubblici, dove finora ha assistito 15 mila persone attraverso il lavoro di oltre venti tra medici e cooperanti.
Non ci sono solo la guerra, la fame, gli sfollati. C’è anche il colera, un’epidemia tra le peggiori che abbia colpito il Paese. Chiara ondeggia in mezzo a questi scenari tragici. E forse - viene ancora da chiederle - potrebbe deprimersi ogni giorno di più. Invece succede l’opposto: “Perché nei traumi delle violenze, delle bombe, degli stupri, della malnutrizione, trovi anche la bellezza di chi si aiuta a vicenda. Viaggiando nel peggio dell’uomo - dice - ti accorgi anche di quanta umanità si annidi ancora dentro di lui. Noi, ogni giorno, ci aggrappiamo a questa”.











