di Federico Oselini
ildolomiti.it, 14 settembre 2024
“Il carcere oggi è un luogo di dolore e sofferenza dal quale, nella maggioranza dei casi, si esce peggiori”. “Tutti i libri che ho scritto hanno un loro momento: sono loro che chiamano”. E così è stato anche per “Ogni prigione è un’isola”, ultima “fatica” della giornalista, conduttrice e scrittrice Daria Bignardi che sarà protagonista dell’appuntamento conclusivo dell’Agosto Degasperiano 2024, organizzato dalla Fondazione Trentina Alcide De Gasperi e in programma sabato 14 settembre (ore 18) all’anfiteatro del parco delle terme di Levico.
L’incontro rappresenterà un viaggio “nell’affollata solitudine” del carcere, mondo che Daria Bignardi sceglie di raccontare penna alla mano, dopo quasi trent’anni di frequentazione. E lo fa, con rispetto e sensibilità, attraverso un incrocio di incontri, storie e vite di chi questo ambiente lo ha vissuto e lo vive - detenuti ma anche magistrati, direttori di carcere e agenti - con l’intenzione di “portare all’esterno” un mondo molto discusso ma ai più sconosciuto, anche perché spesso spaventa dal momento che, nell’immaginario comune, “lì dentro ci sono i cattivi”. Un mondo tragicamente sotto le luci della ribalta per temi quali il sovraffollamento delle strutture e per l’elevatissimo numero di suicidi e che, nell’intervista rilasciata a il Dolomiti, la giornalista definisce “un luogo di dolore e sofferenza e dal quale, nella maggior parte dei casi, si esce peggiori di prima”.
Daria Bignardi, partiamo dall’inizio: come è iniziata la sua frequentazione, quasi trentennale, con il mondo del carcere?
Al tempo scrivevo e conducevo un programma che si chiamava “Tempi Moderni”, era il 1997 o 1998: in quell’occasione pensai di portare in televisione anche la voce di un gruppo di detenuti del carcere di San Vittore. Ed è da quel momento che non ho più smesso di frequentare quel mondo.
Prima di entrare negli anfratti del libro, una curiosità: parte dell’opera ha visto la luce nella solitudine dell’isola di Linosa. Perché questa scelta?
Per immedesimarmi il più possibile nella solitudine e nell’isolamento, ho scelto un’isola piccolissima e remota. Nonostante Linosa sia bellissima e le carceri bruttissime, ci sono diversi aspetti comuni nei luoghi isolati e fortemente identitari: sono luoghi che apparentemente proteggono ma che spesso escludono, respingono e cristallizzano.
Di pagina in pagina, si percepisce chiara l’intenzione di portare all’esterno il mondo del carcere, attraverso gli sguardi di chi lo vive: non solo detenuti ma anche agenti di polizia penitenziaria, direttori di strutture e magistrati...
Questo perché volevo condividere gli incontri che ho fatto in tutti questi anni: il tutto senza senza retorica e senza pregiudizi, ma semplicemente raccontando e prendendo per mano, e portando con me, chi in carcere non è mai entrato.
E si evince che chi non c’è mai entrato percepisce quel mondo come “spaventoso”, qualcosa che si preferisce non conoscere, quasi fosse una dimensione “a parte”...
È normale che il carcere faccia paura: chi non lo conosce, infatti, immagina che lì dentro siano rinchiusi i cattivi e che questo serva alla nostra sicurezza, ma le cose sono ben più complesse di così.
Complessità che negli anni ha potuto osservare, così come l’evoluzione del sistema carcerario. Qual è il suo giudizio sull’attuale situazione in Italia, condannata più volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo...
Non credevo fosse possibile che andasse sempre peggio ma purtroppo sta andando così. La società “fuori” è sempre più squilibrata tra troppo poveri e troppo ricchi. E molti dei troppo poveri, dei più fragili per via di malattie psichiche o tossicodipendenze, affollano carceri già sovraffollate. Un terzo dei detenuti sono poi migranti stranieri, un terzo sono in attesa di giudizio, e tantissimi sono i malati.
Ad emergere dalle sue parole è come il carcere riesca nell’ “impresa” di dividere ulteriormente la società….
Come dicevo, in carcere sono rinchiusi soprattutto gli ultimi: persone povere o malate o provenienti da ambienti svantaggiati. I grandi boss o i grandi criminali sono poche centinaia di persone, mentre la popolazione carceraria è ormai di 62 mila persone: una città come Olbia o Viareggio.
Lei ha posto la lente di ingrandimento sul tema della condizione femminile in carcere, e a tal proposito ha dichiarato che questo “non è un posto per nessuno, in particolare per le donne”...
Una condizione disperata: le donne sono poche, il 4 per cento della popolazione ristretta, e i progetti di formazione per loro sono pochi e retorici: cucina, sartoria, pulizie. Inoltre soffrono ancora di più degli uomini la lontananza dai figli e dalla famiglia e sono molto più “abbandonate”.
“Inutile”, questo l’aggettivo con cui nel libro viene definito il carcere. E stupisce che a ritenerlo tale non siano tanto i detenuti, quanto ad esempio un direttore come Luigi Pagano o un ispettore di polizia penitenziaria che lo definisce “la cosa più stupida che esista”...
Inutile è il carcere come è oggi: un luogo di dolore e sofferenza dal quale, nella maggioranza dei casi, si esce peggiori. Per parlare di cosa potrebbe migliorarlo serverebbe un libro intero e non scritto da me, ma da persone esperte come appunto Luigi Manconi, la provveditrice Lucia Castellano o l’ex direttore Luigi Pagano.
Un tema che poi lei ha affrontato più volte è quello delle rivolte in carcere. Da San Vittore nel 2020 fino alle ultime evasioni dal carcere minorile “Beccaria”, che impatto hanno certi episodi sull’opinione pubblica?L’impatto non è certo positivo, in pochi, del tutto comprensibilmente, si chiedono il motivo delle rivolte e cosa ci sia dietro, e quel che arriva è solo la violenza e la ribellione.
Un’ultima battuta, con uno sguardo al futuro. Come si immagina, se è possibile, un “carcere ideale” del domani?
Non credo esista un carcere ideale. Forse potrebbe esserci un modo totalmente diverso di pensarlo, come è successo con la Legge Basaglia per i manicomi.











