di Miriam Massone
La Stampa, 29 marzo 2025
La scrittrice e volontaria ieri al Lorusso e Cutugno di Torino per Biennale Democrazia: “Mio suocero Sofri era al Don Bosco di Pisa quando gli portai mia figlia di 3 mesi”. “Il carcere non porta voti”: suona come un epitaffio, in realtà è un incipit, per Daria Bignardi. Appurato che alla politica la questione non tange - “Sul miglioramento del sistema detentivo non mi aspetto nulla da questo governo, così distante da me e dalla mia storia, mi sarei aspettata invece qualcosa da quelli precedenti, ma più ci si avvicina a un ministero e più i bravi politici spariscono” - ci si deve, allora, kennedianamente chiedere “cosa ognuno di noi può fare”, (ri)partendo da una nuova narrazione, più empatica, anche più leggera, sicuramente meno autoreferenziale e scevra di toni e contenuti moralistici, che hanno un pauroso effetto domino collaterale: “Annoiano, spaventano e allontanano”. Amplificando l’emarginazione. Sembra (solo) forma, invece è (anche) sostanza. Chi non conosce non vuole conoscere, arroccandosi in un circolo vizioso di pensieri ricorrenti e ignoranti (nel senso etimologico del termine) traducibili in quelle frasi fatte che Bignardi cita come il ritornello di un cacofonico rap: “Buttiamo via la chiave”, “lasciamoli marcire in galera”, e il tremendo “a me non può capitare”: “A me, invece, è capitato: mio suocero (l’ex leader di Lotta Continua Adriano Sofri, ndr) era in carcere, al Don Bosco di Pisa, quando gli ho portato a conoscere mia figlia Emilia di tre mesi che gattonava sul banco del parlatorio, proprio come la bimba di Gaetano, detenuto a Saluzzo per reati mafiosi, che nel mio libro si è immedesimato e la cui storia ora racconto appena posso”, anche qui, anche nel teatro senza finestre e con le luci blu della casa circondariale torinese Lorusso e Cutugno, davanti a un centinaio di detenuti, uomini e donne, italiani e stranieri, molti iscritti all’università o al liceo, altri ai corsi di alfabetizzazioni, altri a nulla, distratti solo da partite a scacchi, rabbia e demoni. Il parallelismo tra Daria e Gaetano diventa allora un archetipo, la concretizzazione di quel “transfer” emotivo che a Bignardi serve anche a tradurre e comunicare la solitudine e il senso di isolamento di chi dentro ci vive: “Alla fine mi porto a casa molto di più rispetto a quello che do e ho dato in questi scambi”.
Il festival Biennale Democrazia ha voluto Bignardi qui, per la prima volta, con il suo libro Ogni prigione è un’isola (Mondadori), proprio per stabilire e corroborare quel contatto dentro-fuori che lei ricerca da 30 anni, “da quando nel 1997 ho cominciato a frequentare San Vittore e da allora non ho più smesso, ma già a 18 scrivevo lettere a un detenuto nel braccio della morte in Texas”. Oggi Bignardi è un “articolo 78”, autorizzata cioè a partecipare alle attività culturali nelle carceri: “Un ragazzo un giorno mi ha detto “Daria, mi sembra che il carcere ti riguardi”. Lo penso anch’io, sarà per sensibilità personale o perché mia mamma soffriva di ansia ossessiva e mi ha fatto vivere come in una prigione fino ai 15 anni”.
I detenuti la ascoltano, la applaudono, la leggono. Approvano quando cita Luigi Pagano, ex direttore di San Vittore, con cui Bignardi ha lavorato per anni, e il magistrato Roberta Cossia, secondo i quali le soluzioni per salvare le carceri sono due: “L’amnistia e l’indulto”. E rumoreggiano quando si parla di permessi premio e tempi della giustizia. In seconda fila c’è Angela, sconta una pena da due anni, tra non molto uscirà, è lei ad aver consigliato la lettura di Ogni prigione è un’isola alla sua educatrice Simona: “Le ho detto di leggerlo perché ora sono addetta alla biblioteca e questo libro parla di noi senza pregiudizi, è coinvolgente”. Il carcere è malato? “No. Sa cosa le dico? Io qui dentro ho fatto un percorso e sono stati gli anni migliori della mia vita, se sai coglierlo come un’occasione diventa un valore aggiunto”. E Simona in quel libro ha trovato ascolto e conforto: “Prima anch’io scrivevo, avevo un ideale, ora si è affievolito, di fronte a troppa sofferenza e fatica. Siamo pochi, siamo stanchi: lavorare qui è davvero come stare su un’isola. Ma questo non è un muro del pianto”. Eppure a Piero le lacrime escono davvero. Si commuove, quaderno per gli appunti in mano, raccontando che a 68 anni, senza averne più ragione per motivi anagrafici (“che senso avrebbe ormai?”) si è iscritto al liceo “perché me l’ha detto mia figlia. Epperò se seguo la lezione di inglese o di matematica perdo l’ora d’aria. Dicono che il carcere dev’essere rieducativo, ma a volte mi sembra diseducativo”. Invoca più istruzione anche Raffaele, diplomato al Conservatorio prima di inciampare: “Per me è stato un trauma adattarmi alla prigione, senza il mio violino, senza mai aver sbagliato nulla prima di quel reato, nel 2016”. Si alza il “ladro di biciclette”, così si presenta, “per l’ultima che ho rubato ho preso 5 anni e 4 mesi. Vorrei solo occupare il mio tempo. Se ci sono i muri del carcere scrostati datemi la calce e ve li risistemo io”. Il reinserimento lavorativo è un leit motiv: “Come faccio a trovare un’occupazione se non mi concedono il permesso perché dicono che sono pericoloso per una rapina commessa nel 1978?” si accalora Angelo, 32 anni di carcere, evidenziando il cortocircuito che non riesce a disinnescare. I tempi della giustizia - per vedersi accettare o respingere un permesso - sono il nervo scoperto all’interno di una struttura che tutto sommato i detenuti assolvono (“Non ci possiamo lamentare, è migliorata”): “Entri qui dentro ed è come partecipare a una gara d’auto - dice uno studente al suo nono anno di detenzione per omicidio -: ti danno benzina per 1000 chilometri, tu guidi bene ma poi ad ogni tappa non ti fanno fare rifornimento, anche se studi, e ti comporti bene, e alla fine vai a sbattere ai 200 all’ora senza casco contro la magistratura di sorveglianza: io aspetto da 9 mesi una risposta”.
Bignardi non argina quelle straripanti testimonianze e spontanee denunce, nemmeno quando Valeria Verdolini dell’Università di Torino, coordinatrice del dialogo, vorrebbe metterci ordine. E dice: “Il carcere è tutto questo, è sfogo, rabbia, fatica, è frustrazione, ma è anche desiderio e speranza di superare i problemi: io guardo quella piccola luce”. Il carcere sono le storie che nessuno mai racconta. “Dice Pagano: “Più un carcere è aperto, meglio è per tutti”. Mettiamo in circolo, allora, questa umanità compressa là dentro. Diventiamone i megafoni.











