di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 10 maggio 2024
“La società più sicura non è quella che rinchiude più persone, ma quella che le fa uscire migliori di come sono entrate”. “Quelli del Beccaria sono fatti che fanno sprofondare nella desolazione più amara”. Daria Bignardi abita a poche centinaia di metri da San Vittore, giri l’angolo e ci sei, se fuori dalla finestra non ci fosse quell’altro palazzo potresti guardare la prigione più famosa del Nord ogni volta che scoli la pasta.
In realtà ora è pomeriggio nella cucina dove stiamo facendo l’intervista sul suo nuovo libro e lei ha messo a bollire l’acqua per il tè. Il libro parla di carcere e di carceri - fa differenza, c’è il tema e ci sono i luoghi - a partire dal titolo: “Ogni prigione è un’isola” (Mondadori). Senonché il giorno dell’appuntamento è anche quello in cui è uscita la notizia degli agenti del minorile milanese arrestati per violenze all’interno dell’istituto.
Difficile non partire da questo...
“Tu e io che frequentiamo il carcere da tempo lo sappiamo quanto il sistema carcere sia malato, sappiamo che la violenza è patologica. Di certo non ignoravamo che cose di questo genere succedano, nei posti più abbandonati, più problematici, più sotto pressione: le abbiamo viste tutti le immagini di Santa Maria Capua Vetere. Come hai letto ne parlo anch’io, come dei tredici morti nelle rivolte di marzo 2020. Ma sapere che probabilmente torture e violenze accadevano anche in un minorile, a dei ragazzini, è una di quelle cose che ti fan venire voglia di gettare la spugna, come se davvero non ci fosse più niente da fare, come se avessimo superato un limite dal quale non si può tornare indietro”.
E c’è un motivo per non farlo?
“Non ce lo possiamo permettere. Se non altro per la responsabilità che abbiamo come adulti nei confronti di chi viene dopo di noi. E non penso solo ai ragazzi del Beccaria ma a tutti i giovani, che non meritano uno Stato dove queste cose possano accadere”.
Il libro è nato da questo proposito?
“Sinceramente no. Direi che lo scopo etico, se mai alla fine lo avessi raggiunto, è maturato in corso d’opera. Cioè: ovvio che mentre nel mondo tira un’aria sempre più di destra parlare di carcere diventi un fatto politico. Ma all’origine di questo libro c’è stata semplicemente la mia esperienza. Fin da bambina, a Ferrara, quando passavo davanti alla prigione di via Piangipane. La mia compagna di banco ci abitava accanto e ogni volta che andavo da lei mi domandavo chi fossero le persone chiuse là dentro. Sapevo che c’era stato anche Giorgio Bassani, il più importante scrittore di Ferrara, e non capivo cosa c’entrasse con chi magari aveva ucciso o rapinato. Ero piccola, a ripensarci, quando ho imparato che in prigione può finire chiunque”.
E poi?
“E poi da grande, in carcere ho cominciato a entrare come volontaria. In principio qui di fronte, a San Vittore. Con l’articolo 78, quello di chi fa delle attività con le persone detenute. E non ne sono più uscita. Salvo che ogni volta, finita l’attività, io poi saluto e torno fuori”.
Ma il libro?
“Un paio d’anni fa ho scritto un lungo articolo su San Vittore. Me l’aveva chiesto Jonathan Bazzi in occasione di BookCity, la rassegna di libri milanese. La mia editor di Mondadori, Linda Fava, dopo averlo letto mi ha detto che secondo lei avevo molto altro da aggiungere. Così sono partita per Linosa”.
Il libro di Daria Bignardi è in effetti un viaggio. Fatto di incontri con tante persone detenute o ex detenute, ma anche direttori e direttrici di istituto, agenti, magistrati, che l’autrice ha conosciuto nella sua lunga frequentazione penitenziaria. Il tutto però all’interno di una struttura narrativa che non è quella del saggio, per quanto ricco di dati e informazioni anche tecniche, bensì quella del romanzo-diario: ogni capitolo “carcerario” in senso stretto è alternato a uno che in forma di metastoria racconta in tempo reale la composizione del libro stesso, avvenuta perlopiù a Linosa. Ma un po’ anche a Stromboli e a Lampedusa. Se ogni prigione è un’isola, anche ogni isola è un po’ prigione.
“Linosa l’ho scoperta da poco” riprende “e la ricordavo tra le altre cose come isola storica di soggiornanti, mafiosi mandati lì in soggiorno obbligato tra gli Anni 70 e 80. Quello col faldone più gonfio tuttora conservato nella biblioteca locale fu il boss Angelo La Barbera. Ma più avanti anche Giovanni Brusca, di cui non è rimasta traccia negli archivi ma che gli isolani ricordano come “un ragazzo gentile, sempre disponibile a dare una mano”: nessuno di loro immaginava di aver avuto a che fare con la persona che pochi anni più tardi uccise Falcone a Capaci e strangolò il bambino Di Matteo. Quando l’hanno saputo i linosani sono rimasti raggelati”.
Facciamo un altro nome: Scotty Moore...
“Scotty era un americano mio coetaneo detenuto nel braccio della morte: da ragazza mi sono scritta a lungo con lui. Avevo conservato le sue lettere anche se non avevo avuto il coraggio di rileggerle. Ero sicura fossero in un determinato posto. Invece quando sono andata a cercarle non le ho trovate e ho dovuto consegnare il libro - che parla anche di lui - senza ricordare il suo cognome. Che invece tu conosci perché te l’ho appena detto. Finisci il tè, aspettami qui”.
Si alza, sparisce in un’altra stanza e torna con una cartellina piena di buste. Ne sfila una. “Il giorno in cui Mondadori mi ha consegnato la prima copia stampata del libro ho aperto per caso questa cartellina e mi è caduta in mano la sua ultima lettera: Scotty Moore si chiamava. Mi sono commossa come se Scotty avesse voluto salutarmi, strizzare l’occhio perché lo avevo ricordato. Sono più di trent’anni che l’hanno ucciso, ormai”.
Il libro, in realtà, di nomi è strapieno. Chi vuoi ricordare?
“Tino Stefanini, della banda Vallanzasca, che conobbi tra i primi, a San Vittore, e tra poco sarà libero dopo una pena di mezzo secolo. Sisto Rossi che ha presentato il libro con me a Roma: dopo cinque minuti il pubblico pendeva solo dalle sue labbra. Pino Cantatore, forse l’unico ex detenuto che come posto di lavoro ha scelto di tornare in carcere, con la cooperativa da lui creata e che di ex detenuti o tuttora detenuti ne ha assunti centottanta: Bee4 AltreMenti si chiama. Cecco Bellosi, che dopo un passato da brigatista ha dedicato la vita alla Comunità di recupero Il Gabbiano. Luigi Pagano, direttore storico ed eroico di San Vittore: dopo aver diretto carceri per tutta la vita ha concluso che così come sono non servono. Lucia Castellano, provveditrice delle carceri campane. Roberta Cossia, magistrata di sorveglianza. Ma soprattutto Marco Boattini, Ante Culic, Carlos Samir Perez Alvarez, Haitem Kedri, Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Slim Agrebi, Ali Bakili, Lofti Ben Mesmia, Abdellah Rouan, Artur Iuzu, Ghazi Hadidi, Salvatore Cuono Piscitelli”.
I tredici morti di Modena durante le rivolte del 9 marzo 2020...
“Una strage che in un altro momento storico avrebbe fatto scendere la gente in piazza. Ma forse eravamo troppo assorbiti dalla nostra preoccupazione personale per il Covid, con l’inizio del lockdown. Quello stesso giorno io e te eravamo davanti a San Vittore, dove era in corso una rivolta analoga, ti ricordi?”.
Facemmo un video per il Corriere...
“C’erano i detenuti sul tetto che gridavano “Non siamo bestie” e tenevano un lenzuolo con scritto INDULTO. Dissi nel tuo video che se noi fuori ci sentivamo in gabbia figuriamoci come dovevano sentirsi chiusi in una cella, senza notizie e contatti coi familiari. Dai social arrivò una marea di insulti. Ma ci sono abituata, me li aspetto, se non si sa niente del carcere chi se ne occupa rischia di passare per chi trascura le vittime in favore dei delinquenti”.
C’era bisogno di un libro sul carcere?
“Ho cercato di far entrare in carcere chi non c’è mai stato, condividere quel che ho visto. Bisognerebbe che tutti almeno una volta ci entrassero. Non solo perché, come dice Svetlana Aleksievič della guerra, è un posto in cui l’essere umano è illuminato a giorno e ridotto all’essenziale. Ma anche perché una società si misura attraverso le sue carceri: e la società più sicura non è quella che rinchiude in galera più persone, ma quella che fa uscire coloro che ci entrano - come prevedrebbe la nostra Costituzione - migliori di come sono entrati. Un risultato dal quale siamo molto lontani”.











