sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Ginevra Barbetti

Corriere della Sera, 22 gennaio 2025

San Vittore è il primo carcere in cui è entrata, quasi trent’anni fa. Ed è forse proprio quello il tempo in cui, figurativamente, ha iniziato a scriverne, studiando e vivendo un luogo dove “c’è l’essenza della vita: dal dolore all’amore, dalla malattia all’ingiustizia” spiega Daria Bignardi rispetto alla genesi di “Ogni prigione è un’isola”, Mondadori Strade blu. Un viaggio nell’isolamento e nelle prigioni, anche interiori, che presenta insieme ad Adriano Sofri mercoledì 22 gennaio alle 17.30, per la rassegna “Leggere per non dimenticare”, il ciclo di incontri ideato da Anna Benedetti alla Biblioteca delle Oblate di Firenze. “L’ho iniziato e interrotto molte volte, perché qualcosa dentro di me fa resistenza - continua Bignardi - Scrivere un libro significa infilarsi dentro un’ossessione dalla quale non si esce mai, neanche mentre si dorme. E io non voglio stare in carcere per anni, non voglio starci di notte, pensare solo a quello. In carcere si sta male”.

La proposta di presentare il libro a Firenze è nata da Anna Benedetti, un suo ricordo?

Ne ho tanti e belli di Anna, del suo garbo delicato e deciso, del suo amore per i libri, dei suoi gatti e della sua bellissima casa. La ricordo con affetto e ammirazione.

Di Adriano Sofri scrive: “Quando l’ho conosciuto bazzicavo le carceri già da qualche anno. L’ho incontrato al Don Bosco di Pisa, perché mi ero fidanzata con suo figlio Luca. Siamo diventati subito amici e lo siamo ancora. È la persona più divertente, affettuosa, generosa e coraggiosa che conosca”. È stato il primo ad aver letto il libro: cosa le ha detto?

Cosa non mi ha detto, piuttosto: mi sembra abbia avuto meno da ridire del solito sulla mia spudoratezza nel mescolare - quando scrivo - le mie cose personali a quel che racconto.

Tra le pagine c’è il lavoro di una vita, integrato alla sua sensibilità: nelle situazioni estreme le cose diventano più nitide?

Cito Svetlana Aleksievic quando scrive che “in guerra l’uomo è come illuminato a giorno e si vede subito per quel che realmente è”. È così in tutte le situazioni estreme: in carcere, in ospedale, in guerra.

Toccare l’argomento “carcere” è spesso un tabù: non se ne occupa la politica e e nemmeno l’opinione pubblica. Perché?

La politica non se ne occupa perché il carcere non porta voti, se non per la propaganda del “buttare la chiave”. La gente che non lo conosce pensa comprensibilmente che le priorità siano altre o peggio che “se è lì qualcosa avrà fatto” o “a me non potrebbe succedere”, cosa non vera purtroppo. Il carcere, come gli ospedali, come le scuole, riguarda noi tutti.

Anche la condizione delle donne è particolarmente dolorosa...

Le donne sono poche, il 4 per cento, e soffrono più degli uomini. Per tanti motivi: la lontananza dai figli e dalla famiglia, la solitudine, la mancanza di progetti di lavoro pensati per loro. Gli uomini hanno spesso una madre, una sorella, o una fidanzata fuori che si occupa di loro. Una donna che finisce in carcere, spesso viene ripudiata dalla famiglia e abbandonata.

Resta un ambiente che definisce “classista e inutile”...

Molto classista. Oggi in carcere ci sono soprattutto poveri, malati, disgraziati.

Per scrivere il libro è andata fino a Linosa, una piccola isola tra la Sicilia e Malta. Questo l’ha aiutata a tenere una linea di racconto onesta e scevra dalla parte più emozionale?

Ho cercato di isolarmi il più possibile: Linosa è una piccola isola, non facile da raggiungere, dove vivono quattrocento persone. L’unica farmacia è stata chiusa. Quando il mare è grosso si resta isolati anche per una settimana. Ma il carcere mi ha seguito anche lì: nella piccola biblioteca ho scoperto vecchi documenti che riguardavano i soggiornanti mandati a Linosa per mesi o anni, dal 71 all’88.

Erri de Luca, a proposito dei suicidi nelle carceri, scrive che: “Sono derubricati a casi clinici, come la morte violenta di operai sul posto di lavoro è ridotta a incidente. Da parte mia uso diversamente il vocabolario: i suicidi di persone detenute sono omicidi in luogo pubblico aggravati dall’omissione di soccorso”...

Parole forti, nello stile di Erri. Ma la realtà dei suicidi mostra la disperazione di una situazione crudele e ingiusta.

Più in carcere si sta male, più stanno male i detenuti e di conseguenza le guardie, in un ecosistema virtuoso. Esiste una forma di violenza difficile da educare, generata e indotta anche dal sovraffollamento?

Se in carcere si sta male stanno male tutti, detenuti e agenti. E più si sta male, più c’è violenza.

Cita Mailer: “Quando audaci e timidi sono obbligati a vivere insieme, il coraggio si trasforma in brutalità”. Come cambia e si plasma il carattere dei detenuti?

Dipende anche dalle persone, naturalmente. C’è chi ha maggiori strumenti per reagire a una situazione oggettivamente crudele e chi ne ha meno. Ma non è nostro compito proteggere i più fragili?

Qual è la situazione delle carceri toscane?

In Gorgona ci sono bei progetti: allevamento, agricoltura, teatro. Ma resta un carcere anzi - un carcere nel carcere - visto che è un’isola e, ad esempio, per i colloqui coi parenti, tutto è più complicato.

Come vengono gestiti i detenuti stranieri?

Questo è uno dei problemi più tragici e urgenti: un terzo delle persone detenute oggi sono straniere. Molti sono giovani traumatizzati dal passaggio dai sequestri libici, feriti, torturati, magari poi scampati anche a un naufragio. I parenti sono lontani, non sanno nemmeno se loro sono vivi o morti. Per sedare l’angoscia, spesso queste persone diventano anche tossicodipendenti.

 In che modo potrebbe migliorare la situazione?

Non lo dico io, lo dicono gli esperti, i direttori di carcere, i magistrati, c’è solo una cosa da fare per iniziare: concedere amnistia e indulto a chi ha reati minori, rendere le carceri più vivibili e applicare l’articolo 27 della Costituzione che vede la pena focalizzata al reinserimento.

Cecilia Sala ha raccontato quanto sia stata dura la permanenza nel carcere di Evin, soprattutto per quello che l’isolamento può generare da un punto di vista nervoso sulla persona. Cos’ha pensato ascoltando le sue parole?

Le ho ascoltate con emozione e ammirazione per la sua generosità: le prime parole sono state per chi è ancora in quella condizione. E ha saputo raccontare con grande chiarezza e sobrietà la crudeltà e la tortura dell’isolamento. Una condizione in cui vivono centinaia di persone anche in un paese democratico come il nostro.