di Flavia Zarba
huffingtonpost.it, 8 ottobre 2025
Ho avuto il privilegio di entrare in uno degli istituti penitenziari più virtuosi d’Italia dove la pena non è solo detenzione ma soprattutto rieducazione. Ecco cosa ho visto. C’è una luce particolare che ho visto nei loro occhi. Non era solo la speranza, ma qualcosa di più profondo: la voglia concreta di cambiare, di ricominciare, di dimostrare - prima di tutto a sé stessi - che il passato non è e non deve essere una condanna eterna. Ho avuto il privilegio di entrare in uno degli istituti penitenziari più virtuosi d’Italia dove la pena non è solo detenzione ma soprattutto rieducazione. Durante i colloqui conoscitivi con i detenuti, candidati a un percorso lavorativo che consente l’inserimento all’esterno ex art. 21 dell’ordinamento penitenziario, ho percepito un’energia rara, autentica.
Non sono mancati i sorrisi mentre, nervosi, rispondevano alle domande in un italiano stentato. Nonostante le mura, nonostante la storia personale che ognuno porta sulle spalle, ogni incontro è stato illuminato da una sorprendente umanità. C’era gratitudine, ma anche determinazione di poter reinserirsi nel sociale, nel mondo delle aziende, del lavoro, della vita. C’era la consapevolezza che il lavoro non è solo un mezzo per guadagnarsi da vivere, ma uno strumento di dignità, di rinascita e chi ne ha uno, forse, non lo valorizza abbastanza da capirlo. L’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario prevede infatti la possibilità, per i detenuti che ne hanno i requisiti, di lavorare all’esterno del carcere.
È una misura che richiede fiducia, responsabilità, ma anche visione. Lo ha detto anche Zagrebelsky “Il carcere non sia un buco nero, la vita deve continuare”. Ecco, assumere una persona detenuta non è un atto di beneficenza. È una scelta di valore. Chi esce ogni mattina dal carcere per lavorare porta con sé una determinazione rara, un rispetto per l’opportunità ricevuta che difficilmente si trova altrove. Per questo ho deciso di raccontarlo.
Perché dietro ogni nome, dietro ogni curriculum, dietro ogni storia c’è un essere umano che chiede - spesso in silenzio - la possibilità di ricominciare. Oltre al valore umano e sociale, è importante sottolineare che l’inserimento lavorativo dei detenuti ex art. 21 dell’ordinamento penitenziario rappresenta anche un’opportunità concreta per le aziende. Infatti, chi assume persone in esecuzione penale esterna può accedere a incentivi fiscali e contributivi previsti dalla normativa vigente. In particolare, la Legge 193/2000, nota anche come Legge Smuraglia, prevede sgravi contributivi per le imprese che assumono detenuti, internati o soggetti ammessi al lavoro esterno, sia durante la detenzione che successivamente, se continuano il rapporto lavorativo una volta terminata la pena.
Oltre a questi benefici, le aziende possono stipulare convenzioni dirette con gli istituti penitenziari, con percorsi personalizzati, supporto amministrativo e la possibilità di contribuire attivamente a un modello di giustizia che guarda alla riabilitazione come valore fondante. In un’epoca in cui si parla tanto di responsabilità sociale d’impresa, questa è un’occasione concreta per trasformare le parole in azioni, offrendo un lavoro a chi sta cercando una nuova strada - e ricevendo in cambio non solo manodopera motivata, ma anche la consapevolezza di fare parte di un cambiamento reale. Perché credere nel riscatto è importante e renderlo possibile, lo è ancora di più.










