di Liana Milella
La Repubblica, 13 novembre 2020
L'ex pm, estromesso dal Consiglio il 19 ottobre con 13 voti, presenta una memoria e ribadisce che non può essere il giudice ordinario, ma la giustizia amministrativa a stabilire l'esito del suo caso.
Piercamillo Davigo vuole sapere al più presto dal Tar del Lazio - che oggi ha affrontato di nuovo il suo caso - se il Csm ha sbagliato ad estrometterlo dal Consiglio il 19 ottobre poiché il giorno dopo compiva 70 anni, e quindi per la magistratura diventava un pensionato. Oppure se, al contrario, la giustizia amministrativa condivide questa scelta. Ma è prioritario stabilire la competenza stessa del Tar contestata invece dal Csm.
In ogni caso, è il merito della questione che interessa Davigo, rappresentato dal costituzionalista Massimo Luciani. Stabilita da palazzo dei Marescialli con una decisione assunta con 13 voti favorevoli, 6 contrari e 5 astensioni quel lunedì 19 ottobre, quando l'ex pm di Mani pulite è stato costretto a lasciare il Csm perché il giorno dopo andava in pensione. Una decisione frutto di una delibera sofferta, preceduta da un dibattito fortemente divisivo.
Adesso tutta la vicenda, dal 20 ottobre, è di fronte alla giustizia amministrativa. Che dovrà stabilire se, effettivamente, il pensionato Davigo non poteva più far parte del Csm. Come ha ritenuto lo stesso Consiglio, e prim'ancora la Commissione per la verifica dei titoli, composta da tre togati, tra più votati, tra due cui due esponenti di Magistratura indipendente e il laico indicato da M5S Benedetti.
Ma preventivamente il Tar del Lazio deve decidere sulla sua effettiva competenza, contestata invece dal Csm che, tramite l'Avvocatura dello Stato, eletto a suo difensore, sostiene che il caso, poiché riguarda un diritto soggettivo, cioè quello elettorale, deve essere invece vagliata dalla giustizia ordinaria. Tesi che, all'opposto, Davigo rigetta, ritenendo che il merito della querelle non può che essere stabilito dal Tar poiché in discussione c'è una carica del Csm.











