Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2019
L'intervista a "Di Martedì" su La7. Pubblichiamo uno stralcio dell'intervista del 14 maggio scorso di Piercamillo Davigo a "Di Martedì", su La7: "Se uno apre il Codice penale, scopre delle cose molto curiose. Per esempio, per l'omicidio del coniuge sono previsti 30 anni di reclusione. Al che uno pensa che 30 anni siano 30 anni.
E invece, se faccio il conto di come può andare in concreto (anche se, per fortuna i giudici hanno un po' più di cervello di chi fa queste leggi), si può arrivare a 4 anni e 4 mesi. Per esempio, uno ammazza la moglie (o la moglie ammazza il marito, anche se il primo caso è più frequente), confessa, si costituisce e prende subito le attenuanti generiche. Già che confessa, racconta la sua versione dei fatti senza timore di essere smentito e dirà al magistrato: "Guardi, mi ha detto una cosa che, se avesse sentito, l'avrebbe ammazzata anche lei".
E così porta a casa l'attenuante della provocazione. Quindi risarcisce il danno agli eredi e il giudice è costretto a riconoscergli un'altra attenuante. Si arriva quindi a tre attenuanti prevalenti sull'unica aggravante e si va all'omicidio base, punito con pene da 21 a 24 anni.
Di solito chi fa queste cose è incensurato: 21 anni meno un terzo per la prima attenuante: 14. Meno un terzo per la seconda attenuante: 9 anni e 8 mesi. Meno un terzo per la terza attenuante: 6 anni e 6 mesi. Infine, l'assassino chiede il giudizio abbreviato ed eccoci a 4 anni e 4 mesi".
Sotto 4 anni, la pena si sconta a casa o ai servizi sociali: se il nostro uomo ha fatto 4 mesi di custodia cautelare ai domiciliari, non va in carcere neppure un giorno.










