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di Marco Perduca

huffingtonpost.it, 7 settembre 2022

Bisognerebbe avere il coraggio di dire che un controllo legale di tutte le sostanze psicoattive contenute nelle Convenzioni delle Nazioni unite avrebbe enormi ripercussioni positive sulla qualità della vita delle persone, in termini di tranquillità, di salute e di pratica di scelte personali.

Timidamente da parte di chi dice di esser a favore della regolamentazione della cannabis, ed energeticamente da parte di chi dice “la droga è morte”, la pianta proibita ogni tanto fa capolino nella campagna elettorale.

Il problema è che molto spesso, tanto in un campo quanto nell’altro, si riciclano banali affermazioni apodittiche che potevano avere appeal qualche anno fa ma che poco hanno a che fare oggi con la realtà e, forse ancora meno, con la necessità di un cambiamento radicale dello status quo per quanto riguarda (almeno) la cannabis.

Stime del Centro Europeo di Lisbona che monitora la presenza delle sostanze psicoattive proibite nel nostro continente ci dicono che in Italia circa sei milioni di persone sono consumatori abituali di cannabis e che quasi 20 milioni l’hanno provata almeno una volta nella vita.

Se questi numeri enormi non fossero troppo distanti dalla realtà, e probabilmente non lo sono, una qualsiasi organizzazione criminale - da sola o in regime di cartello o di violenta competizione - dovrebbe trarre da queste entrate una percentuale non solo straordinaria ma anche strutturalmente fondamentale per il proprio bilancio. E invece gli studiosi nazionali e internazionali delle mafie italiane e la Direzione Nazionale Antimafia ritengono che si tratti di una cifra che rappresenta si e no il 10% del fatturato delle mafie nazionali. Negli anni le mafie hanno molto diversificato, oltre alle “droghe” trafficano in armi, esseri umani, rifiuti, arte, petrolio, continuano con racket, usura e sono sempre più interessate a corruzione per appalti pubblici e potentissime nel riclaggio di danaro a livello globale.

Se questi numeri esigui non fossero troppo distanti dalla realtà, e probabilmente non lo sono, perché allora affermare con tanta convinzione che la legalizzazione della cannabis andrebbe a colpire le narco-mafie?

Tanto il Centro di Lisbona, quanto le relazioni che annualmente il governo presenta (cioè fa finta di presentare) al parlamento ci dicono che il grosso delle entrate per traffico e vendita di droghe illegali le mafie lo traggono dal commercio di eroina e cocaina - che in Italia vengono consumate una quasi un milione e mezzo di persone - ne conseguirebbe che per privare le mafie di quella parte importante di entroiti andrebbero legalizzate tutte le sostanze proibite e non solo quella che con crescente frequenza viene coltivata anche domesticamente o in gruppo o comunque fuori dai circuiti criminali.

Sarebbe “bello”, e facile, se il problema dell’illegalità degli istituti penitenziari italiani dipendesse solo, o sopratutto, dalla legge sulla droga; purtroppo non è così. È vero che l’attuale normativa sulle sostanze stupefacenti mantiene pressoché intatto l’impianto punizionista costruito al momento della sua prima adozione nel 1990 ma, vista la diffusione delle condotte relative alle sostanze che essa vuole controllare, si può dire che o la legge non viene applicata perché non una priorità oppure perché è inapplicabile al 100% perché non pensare per contenere i presunti problemi alla salute e l’ordine pubblico.

Certo, ci sono state impennate di arresti all’indomani dell’adozione della cosiddetta legge Fini-Giovanardi nel 2006, ma va sempre tenuto conto che essa seguì di poco l’approvazione della legge cosiddetta ex-Cirielli che interveniva pesantemente su chi reiterava anche reati per cui non erano previste pene significative.

È vero che ancora oggi oltre il 33% dei detenuti in italiani è in carcere per reati droga-correlati (circa 16.000) e che si arrivo a quasi 30.000 nel 2009 ma non è detto che: 1 siano con sentenza definitiva, 2 abbiano violato solo la 309/90, 3 la abbiano violata coltivando, vendendo, trafficando o usando cannabis. Ma anche se fossero tutti dentro per motivi di marijuana, farli uscire tutti dalla mattina alla sera renderebbe meno sovraffollate le carceri ma niente più.

Anche se negli anni la raccolta dati da parte del Ministero della Giustizia è leggermente migliorata, quello che da alcuni viene chiamato “pianeta carcere” continua a esser sconosciuto anche a chi ci vive. Non si sa quali istituti siano del tutto agibili, quanti operino nel pieno rispetto di tutte le leggi che li interessano, ivi comprese le norme sanitarie, quanti abbiano consolidato definitivamente il passaggio alle ASL, quanti prevedevano servizi socio-sanitari specializzati, offerta scolastica o specializzazioni professionali, lavoro dentro e fuori le mura, oppure la presenza di personale esterno volontario per assistenza a chi è indigente o ha necessità complesse o non capisce bene l’italiano o il burocratichese. Non si sa neanche quale sia il numero esatto di letti disponibili per Regione mentre la superficie quadrata delle celle viene calcolata con medie nazionali che poco dicono rispetto ai parlamentari europei previsti per “camere” e “camerate”.

Chi sa quante celle hanno il bagno separato dal resto dello spazio? E la doccia prevista per legge dov’è? Acqua calda o solo acqua fredda? Muri scrostati e muffe? Oppure quando sono stati smontanti i letti a castello e a quanti piani erano o sono? Oppure quanto sono ampie e/o apribili le finestre? Vogliamo poi parlare dell’impatto della del proibizionismo sulla cannabis su conventi di tre secoli fa trasformati in carceri? Oppure quanto persi il Testo Unico sulle droghe sulla qualità architettonica di quella trovata tutta italica delle cosiddette “carceri d’oro”, per non parlare della convivenza con topi o piccioni? E dei prezzi degli spacci interni? O della carenza di personale di polizia penitenziaria o di direzione degli istituti?

Certo legalizzare le droghe “leggere” e “pesanti” in Italia andrebbe incontro a scelte, spesso molto consapevoli anche se non necessariamente del tutto libere, di oltre otto milioni di persone, ma di per sé toglierebbe un po’ di cash alle mafie e farebbe un po’ di spazio a chi resterebbe costretto a passare oltre metà della propria giornata rinchiuso in luoghi bui e puzzolenti.

Dopo 60 anni di acqua calda o fredda (a seconda dei gusti) bisognerebbe avere il coraggio di dire che un controllo legale di tutte le sostanze psicoattive contenute nelle Convenzioni delle Nazioni unite avrebbe enormi ripercussioni positive sulla qualità della vita delle persone, in termini di tranquillità, di salute e di pratica di scelte personali.

Se non ci sono voluti riuscire governi o maggioranze a trazione centro-sinistra mi par difficile che ci possa anche solo pensare una Legislatura con una forte maggioranza a destra, forse affrontare la questione conoscendola potrebbe far fare alla politica quel salto di qualità necessario per metterla al passo coi comportamenti della società che, anche in questo ambito, è molto più ragionevole di chi la governa.