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di Alessia Candito


La Repubblica, 11 maggio 2021

 

Il ragazzo che aveva appena 18 anni approdò a Vibo Valentia. Ora è stato assolto dopo

un'odissea giudiziaria durata più di cinque anni. Sognava di fare il calciatore, ma è stato scambiato per uno scafista e condannato ad un'odissea giudiziaria conclusasi solo dopo più di cinque anni. Aveva da poco compiuto 18 anni Dawda Manneh, quando da solo è partito dal Nord della Libia, con in tasca una lettera di referenze del Bollore Football club, la sua squadra in Gambia e il sogno di giocare a calcio in Europa. Per realizzarlo, ancora minorenne si è messo in viaggio dalla sua città natale, ha sopportato la prigionia nei lager libici e come tanti si è messo in fila per tentare la traversata del Mediterraneo e provare a costruire un futuro altrove.

Era il novembre del 2016. Gli scafisti, quelli veri, ad un certo punto gli hanno lasciato il motore in mano e indicato approssimativamente la rotta. Ed era lui a tentare di governare la bagnarola su cui viaggiava con altri trenta quando la Topaz Commander li ha individuati, soccorsi e accompagnati a Vibo Valentia. È lì, racconta oggi il Quotidiano del sud, che per Dawda Manneh è iniziato un nuovo incubo. Poco dopo lo sbarco viene arrestato. Per gli investigatori, era lui lo scafista e come tale viene condannato prima dal tribunale di Vibo Valentia, poi dai giudici della corte d'Appello. Ci è voluta la Cassazione e un nuovo e più approfondito processo d'appello per riconoscere che Manneh non è che l'ennesima vittima di chi traffica con le vite di esseri umani dalla Libia.

"Nel nuovo processo è stata sentita una donna siriana che ha viaggiato con il mio assistito e ha detto chiaramente che lui si era messo al timone per salvare gli altri e non perchè fosse in combutta con chi ha organizzato il traffico. Ma soprattutto - specifica l'avvocato Salvatore Perri, che ha seguito il caso - la signora, rintracciata in Germania grazie all'Interpol, ha specificato che quando è stata sentita era stanchissima e poco lucida".

Per due gradi di giudizio però ci si è accontentati di acquisire i verbali di chi come lei con il ragazzo ha viaggiato ed è stato sottoposto ad interrogatorio dopo un viaggio rischioso e interminabile. "Manneh è stato ingiustamente in carcere per quasi tre anni e il suo è forse uno dei casi più tragici, ma purtroppo - commenta il legale - non è l'unico". Inerzie, orientamenti consolidati, difficoltà nel reperire i testimoni troppe volte - spiega l'avvocato - portano a giudizi frettolosi che non considerano la dinamica ormai nota della maggior parte dei viaggi dalla Libia. "Spesso il timone viene messo in mano al più giovane o ingenuo dei passeggeri. E non è una proposta, ma un ordine".

Per Manneh, una luce di speranza è arrivata a fine 2019, quando la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna a 5 anni e mezzo che gli era stata inflitta e ha ordinato un nuovo processo. Dopo tre anni dietro le sbarre, il ragazzo è stato scarcerato e ospitato in un centro d'accoglienza in Calabria, ha provato a costruirsi una vita. Ma ha fatto in fretta a capire che per lui in Italia non ci sarebbe stato futuro, che nel giro di poco per lui l'unico destino sarebbe stato quello di finire a ingrossare l'esercito dei braccianti costretti ancora a lavorare per pochi euro a cassetta. Per questo, si è rimesso in viaggio. Destinazione, Germania. Oggi è a Francoforte, ha fatto richiesta di protezione internazionale e in attesa che il suo caso venga definito, lavora e frequenta una scuola di tedesco. E con cinque di ritardo, ha anche iniziato a lavorare al suo sogno, giocando in una squadra locale.