di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 5 agosto 2021
Sono testimone dei tentativi fatti in Parlamento dagli anni 70 in poi per fare una qualche riforma della giustizia o per adeguare alcune norme dei codici alle nuove realtà che in questi anni sono maturate. Quasi tutti i tentativi sono andati a vuoto perché la magistratura che in quegli anni si è imposta come potere lo ha impedito.
La prevalenza del potere giudiziario ha avvilito la politica e ha reso inerte il potere legislativo fino a "costringerlo" a modificare l'art. 68 della Costituzione che prevedeva guarentigie adeguate per il Parlamento e per i parlamentari, i quali furono assaliti da un "complesso di colpa" irrazionale. Il Parlamento in quella occasione ha rinunziato alla sua indipendenza e alla sua sovranità ed è appena il caso di ripetere che il Parlamento votò a stragrande maggioranza escluso 5 deputati tra cui il sottoscritto!
Negli anni successivi la maggioranza formata dalla Lega e dal Movimento 5stelle ha peggiorato a tal punto la situazione da approvare norme non degne di uno stato di diritto, come la eliminazione della prescrizione per creare la figura dell'imputato a vita: una sorta di punizione reclamata da una società non più solidale ma rancorosa e ostile. La cosa strana è che i leghisti che hanno consentito l'approvazione di quelle norme punitive mostrano di essere pentiti soltanto per l'opposizione che ora fanno ai 5Stelle. Questi ultimi, capeggiati da un professore che dovrebbe conoscere l'evoluzione del diritto nell'epoca moderna e dovrebbe pur essere a conoscenza non della procedura penale ma di un po' di filosofia del diritto leggendo Kelsen o Benedetto Croce, si vantano di aver difeso fino all'ultimo la "prescrizione eterna" insieme a magistrati che la difendono per rendere più consistente il loro potere.
Non si spiega diversamente la circostanza che un magistrato di alto livello come il procuratore nazionale antimafia stimato da tanti è stato costretto a dire che la riforma del governo Draghi "mette in pericolo la sicurezza nazionale"; e che l'ex magistrato Giancarlo Caselli abbia detto che la scelta di Bonafede era di "buon senso" e non un "mostrum" perché basata sul presupposto che "dopo la sentenza di primo grado non era possibile che i palazzi di giustizia cessassero del tutto di funzionare" e quindi la "prescrizione eterna" non avrebbe impedito le pronte sentenze di secondo di terzo grado". Oggi Caselli dice che il termine di 2 o 3 anni dopo il primo grado "porta tutto in fumo" perché i palazzi di giustizia non funzionano più!
Ognuno può fare le sue valutazioni. Orbene al di là della valutazione sulle singole norme, alcune molto innovative, per le quali ci sarà tempo per fare commenti adeguati, altre più discutibili, sta di fatto che per la prima volta è stata votata dal Parlamento per iniziativa del governo una riforma senza il consenso dell'Anm e del Csm. Un governo che non risponde a nessuna "formula politica" come stabilito dal Presidente della Repubblica impone il primato della politica e del legislativo in presenza di partiti e movimenti timidi e impacciati e con un Pd il quale aveva votato la "riforma" del ministro Bonafede, dimenticando di essere... "democratico".
Non vi è dunque solo discontinuità con il governo precedente ma anche con i governi dagli anni 90 in poi sempre succubi delle pretese della magistratura politicizzata. Se però ci attardiamo solo per un attimo sul merito delle norme è necessario, e doveroso precisare che le modifiche pretese soprattutto dai 5Stelle sono fasulle e sono servite per dare l'illusione a Conte e a Salvini di avere "costretto" il governo a "mettere in sicurezza il Paese" consentendo l'allungamento dei termini per i reati di mafia. Come si può immaginare che i 5Stelle vogliano combattere la mafia e il governo no?; quale cittadino in buona fede può credere a queste infantile è stupida propaganda? A questo punto mi piace citare direttamente un valoroso penalista come l'avvocato Gaetano Pecorella, il quale ha spiegato che: "la durata della prescrizione, per i reati di mafia, è secondo la regola generale, pari al massimo della pena edittale stabilita dalla legge, e quindi, per i procuratori, i dirigenti e gli organizzatori, è di anni 18. Altra regola generale che è una serie di atti processuali (interrogatorio misure cautelari, sentenze, ecc.) interrompono la prescrizione, che ricomincia a decorrere dal giorno dell'interruzione: sennonché l'aumento non può essere superiore di un quarto del tempo necessario a prescrivere.
Parrebbe, perciò, che i reati di mafia si prescrivono in 22 anni e mezzo (il che, per celebrare un processo non sarebbe poca cosa). Ma non è così: l'art. 161 del codice penale stabilisce che questo calcolo non si applica, tra gli altri, ai reati di mafia (e di terrorismo). Ciò fa sì che ogni atto interruttivo fa decorrere nuovamente un tempo pari al massimo della pena, e cioè 18 anni. La prescrizione, perciò, sarà 18 anni + 18 anni, ecc. Perché il reato di mafia si prescriva dovrebbe però decorrere 18 anni dall'ultimo atto interruttivo senza che intervenga uno di quegli atti che fanno nuovamente decorrere la prescrizione da zero. È una discussione sul nulla, una finzione escogitata per far dire al governo che è stato aperto alle richieste della maggioranza, e ai cinque stelle che è vincente nel confronto con il governo". Questa lunga citazione non ha bisogno di altri commenti anche se si tratta di rilievi tecnici molto sofisticati!
Ho detto che le norme proposte dal ministro di Giustizia e approvate dal Parlamento responsabilizzano per la prima volta i magistrati e i giudici i quali sono tenuti a dare giustizia e nei termini indicati, ma costituiscono solo l'inizio di una riforma complessiva che si completerà con il referendum. Questo dimostra e spiega la crisi dei partiti dei movimenti senza alcuna qualifica e "indistinti", che sono interessati solo ad una propaganda di giornata con l'illusione di catturare consensi che peraltro non arrivano, e che sono estranei alle grandi questioni del diritto e della democrazia. Con il voto al referendum del prossimo anno gli elettori diventeranno protagonisti per completare le riforme: surclasseranno i partiti che ahimè! sono inerti e senza riferimenti territoriali, e dunque risulterà che il governo centrale ha cominciato a riformare la giustizia senza l'assenso della magistratura, che era la più interessata in questo momento di delegittimazione a volere un cambiamento, e gli elettori completeranno l'operazione in qualche modo contro i partiti o senza i partiti.










