di Federico Capurso e Francesco Grignetti
La Stampa, 2 aprile 2025
In cambio la Lega chiede una stretta su furti in casa e antisemitismo. Sette mesi dopo il primo via libera alla Camera, il centrodestra riesce a trovare un accordo e inizia a soffiare via la polvere dal faldone del ddl Sicurezza. Impossibile non notare il sollievo nella voce degli sherpa di Fratelli d’Italia e di Forza Italia mentre confermano a La Stampa che l’accordo con la Lega è chiuso: finalmente accetta di modificare il provvedimento” e di accogliere le obiezioni di costituzionalità mosse dal Capo dello Stato. È stato necessario intensificare in queste ultime settimane - come raccontato su questo giornale - l’opera di tessitura tra il Colle e Palazzo Chigi (e un confronto tra i leader) per convincere Matteo Salvini che non c’era alternativa: si doveva andare incontro alle correzioni suggerite dal Quirinale, altrimenti il ddl Sicurezza non sarebbe mai approdato in Aula in Senato. E così, alla fine, il muro di Salvini è caduto.
“Il nostro principale obiettivo è sempre stato fare presto - dice ora uno dei leghisti che ha curato la trattativa. Se l’unica strada per accelerare è quella di apportare piccoli cambiamenti che non stravolgono il ddl, a noi va bene”. In cambio, la Lega chiede che vengano approvati alcuni suoi emendamenti. Il primo ricalca un disegno di legge del senatore Andrea Ostellari e prevede un inasprimento delle pene per chi commette furti nelle abitazioni private: si alzerebbe il minimo e il massimo della pena, in modo che si renda difficile, quasi impossibile, evitare il carcere. Il secondo emendamento tocca invece la “formazione” delle forze dell’ordine per prepararle a riconoscere con tempestività i reati d’odio di matrice antisemita.
Su questi due interventi le trattative si discute ancora, ma è una questione di dettagli. Trovata la quadra politica, a Palazzo Madama mostrano una certa fretta. Entro il 7 aprile dovranno arrivare gli emendamenti e prima di Pasqua, tra 15 e 16 aprile, il Senato voterà il ddl, anche se sul programma della maggioranza potrebbero incidere gli emendamenti delle opposizioni, che saranno centinaia. Poi la parola passerà nuovamente alla Camera per la cosiddetta “terza lettura”: un passo comunque indispensabile perché le tabelle con le coperture finanziarie, a sette mesi di distanza dalla prima approvazione, devono essere aggiornate.
Ma il passaggio più delicato resta quello della modifica di quei punti particolarmente controversi indicati dal Colle. Il primo riguarda le detenute, quando siano incinte o con bambini neonati fino a 1 anno. Attualmente - e ciò vige dai tempi del Codice Rocco del 1931 - la detenzione di queste donne è impossibile. Non ci sono scappatoie. La civiltà giuridica ritiene infatti incompatibile rinchiudere una donna in stato interessante o che abbia appena partorito in una cella, con tutti i limiti igienici che comporta. Con l’intento dichiarato di colpire le giovani borseggiatrici rom, invece, questo ddl apriva loro le porte del carcere, sia pure potenzialmente.
Sarebbe stato un giudice a decidere se la custodia doveva essere in carcere o no, con il prevedibile effetto di sommergere di polemiche il primo magistrato che avesse lasciato libera una rom incinta o con un neonato, se questa avesse reiterato il reato. Seconda questione sollevata dal Quirinale, il divieto di vendere una scheda Sim ad un migrante appena sbarcato.
L’obiettivo è palesemente punitivo, ma oltremisura quando si pensa che ne sarebbero stati colpiti persino gli stranieri minori non accompagnati, che non avrebbero potuto chiamare la famiglia per avvertirla di essere al sicuro. Infine, terza questione di probabile incostituzionalità, il nuovo reato di “rivolta carceraria” che colpirebbe non soltanto il detenuto che adopera violenza, ma anche quello che si limita alla resistenza passiva e non obbedisce agli ordini ricevuti. Su questi punti, adesso, si attendono modifiche.











