di Francesco Grignetti
La Stampa, 21 maggio 2024
Il governo vuole il provvedimento in aula il 27 maggio. Lettera a Fontana: no ad accelerazioni. L’allarme di Petrelli (Ucpi): “Finirà che le donne incinte andranno in carceri normali”. Il governo ha una fretta indiavolata e vorrebbe portare al voto della Camera il 27 maggio un progetto di legge, quello sulla sicurezza che porta le firme dei ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio, licenziato nel novembre scorso. Solo ieri c’è stato un approfondimento con audizioni tecniche. Di qui una lettera delle opposizioni al presidente Lorenzo Fontana per “stigmatizzare l’accelerazione” e per riesaminare i tempi di un provvedimento che “comprime libertà costituzionalmente garantite nel campo del diritto penale, dell’immigrazione e penitenziario”.
Nel merito, il presidente dell’Unione camere penali, Francesco Petrelli, nella sua audizione ha demolito il ddl: pene altissime, nuovi reati, criminalizzazione del dissenso e del disagio sociale, fattispecie evanescenti e dubbi di incostituzionalità. Su tutto c’è qualcosa che i penalisti non possono accettare: la possibilità di mandare in carcere le donne incinte. Un passo indietro persino rispetto al vituperato codice Rocco che “dovrebbe essere il parametro di un codice autoritario. Ma ora si fa peggio e a noi garantisti ci ripugna”, dice Petrelli a La Stampa. “Gli istituti a custodia attenuata per detenute madri sono appena 5 in tutta Italia. Finirà che le donne in attesa di partorire andranno in carceri normali e sfido chiunque a dire che è accettabile che una donna con un neonato o una puerpera possa stare in una cella dove le condizioni igieniche fanno pena, senza assistenza psicologica, in realtà sovraffollate. Non è da Stato di diritto”.
Il governo vuole usare il ddl in vista delle elezioni europee. I penalisti rispondono con questa memoria: “Le nuove norme, presentate quali soluzioni ai fatti criminali di maggiore appeal mediatico, come se nell’attuale assetto normativo non fossero già presenti disposizioni di legge che puniscono l’occupazione abusiva di immobili, il borseggio, le rivolte nelle carceri o l’aggressione dei rappresentanti delle forze dell’ordine, finiscono per fornire l’errato messaggio per cui è l’efficacia della risposta punitiva ad eliminare i fenomeni”.
Bestia nera del governo sono anche gli attivisti di Ultima generazione, ecologisti che bloccano le strade o che danneggiano opere d’arte, sia pure con lievissimi effetti. Giusto ieri hanno imbrattato la facciata del ministero della Giustizia. Ebbene, spiega l’Unione dei penalisti che il ddl è un “contrasto della protesta attraverso la criminalizzazione di comportamenti di dissenso anche laddove manifestati in forma non violenta”.
Appare tagliato su misura anche il reato di imbrattamento di edifici che ospitano uffici pubblici. “Considerando che è una protesta non violenta e dai principi condivisibili, entra in conflitto con il codice laddove invece prevede un’attenuante quando si sia mossi da alti valori sociali”. A metà strada tra criminalizzazione del disagio e del dissenso, è poi il nuovo reato di “rivolta all’interno di un istituto penitenziario”.
Vi si punisce con la pena della reclusione da 2 a 8 anni, chiunque promuova una rivolta. La novità è che agli atti di violenza sono equiparati quelli di resistenza passiva all’esecuzione degli ordini impartiti. Petrelli dice: “Al di là di tanti proclami, si fa marcia indietro rispetto alla riforma del 1975 che premiava la buona condotta”. Il veleno è nella coda: il detenuto che sia condannato per “rivolta carceraria” ricadrà sotto l’articolo 4bis dell’ordinamento penitenziario; significa impossibilità di avere benefici carcerari negli anni a seguire.










