di Luciana Cimino
Il Manifesto, 9 aprile 2026
Davanti al Senato la protesta dei centri antiviolenza e delle reti femministe. Il vasto mondo di associazioni studentesche e femministe e dei centri antiviolenza lo aveva promesso: ci sarebbe stata una mobilitazione in ogni tappa che avrebbe portato all’approvazione del ddl stupri. E così è stato: dopo le manifestazioni di febbraio e i cortei dell’8 marzo, anche ieri, in diverse città italiane si sono dati appuntamento per protestare contro “la legge sul dissenso” delle destre. A Roma un presidio di circa 400 persone si è tenuto davanti al Senato. La giornata di mobilitazione era stata indetta da tempo, quando sembrava che il testo rivisto dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno potesse arrivare in Aula senza intoppi, così come da calendario.
invece il provvedimento è in alto mare e ieri anziché la discussione e il voto c’è stata la prima riunione del comitato ristretto della commissione Giustizia di Palazzo Madama. Un espediente trovato dalla relatrice Bongiorno, anche presidente della commissione, per prendere tempo e tentare un accordo con le opposizioni. Che però sono irremovibili quanto le manifestanti fuori dal palazzo: “Meglio nessuna legge che questa legge”.
Non è ancora sul tavolo, infatti, il ritorno del concetto di consenso (necessario per il recepimento delle convenzioni internazionali e per adeguare la legge alle sentenze) che la destra ha rimosso durante il passaggio del testo al Senato. Mentre alla Camera era stato approvato all’unanimità dopo un accordo personale tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, segretaria del Pd. Travolta dalle proteste di piazza e temendo l’onda lunga della sconfitta al referendum, Bongiorno ha infine delegato al comitato ristretto (oltre alla presidente ne fanno parte la collega del Carroccio Erika Stefani, Susanna Campione di FdI, Pierantonio Zanettin per Fi, Valeria Valente del Pd, Ada Lopreiato di M5s, Ilaria Cucchi di Avs e Ivan Scalfarotto di Iv), di trovare una sintesi delle posizioni.
“Non c’è nessuna possibilità - ha avvisato ieri Cucchi - l’unica cosa che si può fare è tornare al testo della Camera”. “È evidente che il ddl Bongiorno è su un binario morto ma bisogna tenere alta la mobilitazione finché non ritorna il concetto di consenso, che per noi è dirimente, il rischio è di peggiorare anche quello che si è guadagnato sino a ora”, ha commentato la senatrice del Pd Cecilia D’Elia, come Cucchi al presidio con i dem Anna Rossomando, Valeria Valente, Filippo Sensi, Michele Fina, Marianna Madia e l’esponente del M5s Ada Lopreiato. “Abbiamo partecipato proprio per ribadire qual è la volontà delle donne - ha sottolineato Valente - deve essere chiaro che per noi il confronto può ripartire solo dal consenso, altrimenti non può esserci alcun dialogo con questa destra”.
La riunione del comitato si è aperta e chiusa nel giro di poco. Giusto il tempo di rilevare l’assenza proprio di Bongiorno e il disappunto degli azzurri del Senato verso i colleghi della Camera, a quanto pare troppo svelti a votare un testo su cui una parte di Fi non era d’accordo. Così come non erano favorevoli i leghisti (che infatti attraverso Bongiorno si sono impegnati a stravolgere il provvedimento) e parti di FdI. L’ordine di votarlo alla Camera, però, partito dalla presidente del Consiglio in persona, allora non si poteva disattendere. Il cerino adesso è rimasto in mano all’avvocata Bongiorno che, con Meloni, rischia di intestarsi una norma che “è un grave arretramento nella tutela dei diritti delle donne”, come ha spiegato Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna. Con Non Una di Meno, Di.Re e gli altri centri antiviolenza, chiedono “il ritiro immediato del disegno di legge”. “Questo impianto normativo non rafforza la tutela, ma la indebolisce: sposta il fuoco dalla condotta di chi agisce violenza alla condotta di chi la subisce”, hanno sottolineato.











