di Luciana Cimino
Il Manifesto, 25 febbraio 2026
Non c’è solo il referendum sulla giustizia e la questione dei dazi. Giorgia Meloni si è infilata in un altro labirinto, quello del ddl stupri e non è detto che la prima presidente del consiglio donna trovi un’uscita decorosa. L’iter del provvedimento, ora all’esame della commissione Giustizia del Senato, si allungherà ancora. La leghista Giulia Bongiorno, che presiede la commissione ed è anche relatrice del testo, ha paventato ieri la possibilità di ospitare ulteriori audizioni. Sarà l’ufficio di presidenza di Palazzo Madama a verificarne oggi la possibilità. L’ipotesi farebbe comodo a tutti: al centrosinistra ma soprattutto al governo.
Il testo adottato come base è diverso da quello approvato all’unanimità alla Camera, frutto di un accordo personale tra la premier e la segretaria del Pd Elly Schlein. Differente al punto da incentrarsi sul concetto di dissenso e non su quello del consenso libero della donna all’atto sessuale, come sancito dalla Convenzione di Istambul. Bongiorno lo ha sostanzialmente riscritto per andare incontro alla parte più retriva dei partiti di maggioranza, che non hanno mai digerito l’attenzione su questo tema e hanno paventando orde di accuse false per screditare gli uomini. Il ribaltamento di senso ha scatenato non solo la reazione delle opposizioni ma anche quelle di piazza, che il governo teme molto di più.
Non è stata un caso la durezza con cui è stato gestito dalle forze dell’ordine il presidio del 27 gennaio scorso davanti al Senato. Altre manifestazioni si sono tenute da nord a sud domenica scorsa. Mentre decine di migliaia di persone sono attese a Roma, sabato prossimo, per il corteo nazionale “Senza consenso è stupro”, organizzato dal neonato comitato Consenso_Scelta_Libertà di cui fanno parte i centri antiviolenza, associazioni e reti femministe, sindacati e collettivi. “È una battaglia di civiltà e di democrazia - spiegano dal coordinamento - Il caso Epstein insegna che la cultura dello stupro va fermata insieme, con i nostri corpi, senza tentennamenti e senza ambiguità”.
In Parlamento la battaglia è più difficile. “Noi ci opponiamo con determinazione ma non abbiamo i numeri - ragiona con il manifesto la senatrice del Pd Valeria Valente - tuttavia il clima nel paese su questo provvedimento è inequivocabile e Meloni questo lo avverte, non credo voglia passare come la donna che ha peggiorato la legge sugli stupri, per questo ora gli conviene fare melina con altre audizioni”. Nell’ultima, quella di ieri, l’avvocata dei centri antiviolenza Di.re, Elena Biaggioni, è stata netta: “Meglio nessuna legge che questo testo”.
“L’interpretazione attuale dell’art. 609 bis del Codice penale è in linea con la Convenzione di Istanbul quindi o si traduce in legge, come ha detto la Cassazione, oppure meglio tenere quello che c’è perché qualsiasi modifica intacca quella interpretazione e ci fa tornare indietro”, ha spiegato l’avvocata al nostro giornale. Inoltre “rischia di aprire una fase di incertezza dal punto di vista giudiziario che non fa bene a nessuno perché si dovrà ricostruire un orientamento che invece già c’è e le donne sarebbero meno tutelate”.
Biaggioni ha anche avvisato il Senato che la riformulazione di Bongiorno, non essendo in linea con la giurisprudenza della Corte Europea, potrebbe portare a una pioggia di ricorsi. La commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha rinviato il parere sul testo ma il gruppo del Pd ha comunque anticipato il suo: “Il nuovo testo rende più difficile il riconoscimento della violenza sessuale, in particolare nei casi in cui la persona offesa si trovi in condizione di shock, paura, paralisi emotiva o incapacità di reagire, finendo per imporre alla donna l’onere di provare il proprio dissenso - si legge nel documento presentato da Valente e dagli altri dem - la nuova formulazione appare suscettibile di contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione di Istanbul” che è stata recepita dall’ordinamento italiano con conseguente rischio di incostituzionalità per il ddl. Un altro parere contrario è arrivato dal M5s con Alessandra Maiorino.
In ogni caso l’arrivo in Aula è previsto per l’8 aprile, a urne già chiuse. Un sollievo per la premier che non voleva essere trascinata in un’altra campagna impopolare prima del referendum sulla separazione delle carriere. Il cerino in mano rimane a Bongiorno che ora deve trovare una via d’uscita onorevole dopo aver promesso udienze contingentate.










