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di Luciana Cimino

Il Manifesto, 4 febbraio 2026

La leghista Bongiorno potrebbe presentare un terzo testo. Il Pd: “La destra si fermi, meglio nessuna legge che un arretramento”. Dal vicolo cieco in cui si è infilata da sola, con la modifica unilaterale del ddl sugli stupri, alla presidente della Commissione giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, non è rimasto che prendere tempo. Sono state convocate quindi ulteriori audizioni, un altro giro di opinioni da parte di giuristi ed esperti sul travagliato disegno di legge, prima benedetto da un patto Meloni/Schlein e ora figlio di nessuno. Quella che doveva essere giusto una ratifica della Convenzione di Istanbul, prevedendo il consenso come elemento essenziale del reato di violenza sessuale, si è trasformato nel suo contrario: un impianto che mette al centro il concetto di “volontà contraria”, quindi il dissenso.

La modifica imposta dalla senatrice leghista è dovuta in primo luogo alle pressioni del suo partito, la Lega, ma l’esito finale non è stato “un compromesso”, come veniva tacciato. Anzi ha scatenato le ire delle opposizioni, delle reti femministe e dei centri antiviolenza, che ogni giorno lavorano sul campo. E anche le forti perplessità di magistrati e giudici. Ieri Francesco Menditto, fino allo scorso settembre procuratore capo di Tivoli, ha detto chiaro in Commissione Giustizia di Palazzo Madama che la norma così com’è stata disegnata rende più difficile individuare il reato in un contesto in cui a denunciare un abuso è solo una donna su dieci.

“La Cassazione da più di 10 anni aderisce al principio della convenzione di Istanbul, avvalorando un concetto semplice: l’assenza del consenso è stupro - ha spiegato il magistrato - con questo provvedimento si abbassa ancora l’asticella e i giudici andranno più indietro rispetto alla Corte”. Bongiorno ha replicato sostenendo quanto già detto in questi giorni: “Abbiamo aumentato le pene e per la prima volta viene riconosciuto il freezing” (la paralisi involontaria in situazioni di paura, ndr). Ma il procuratore, come già altri giuristi, ha chiarito che non solo la parte che riguarda questo tipo di risposta non è scritta in termini inequivocabili. Ma anche che, basandosi la nuova norma sul dissenso e non sul consenso, il provvedimento esige dalla vittima della violenza una reazione che dimostri la mancanza di volontà come urlare, spingere, tentare di scappare. Tutto il contrario dell’immobilità da terrore.

Menditto ha anche sgonfiato la narrazione con la quale la destra ha imposto la retromarcia sul consenso e cioè le false denunce allo scopo di infangare un uomo: “I numeri sono prossimi allo zero”, ha evidenziato il procuratore. “Le false denunce non esistono e noi del Pd lo diciamo da sempre - ha detto la senatrice dem Valeria Valente al manifesto - Quante sono le donne condannate per falsa testimonianza? O parliamo piuttosto di persone che non sono riuscite a provare una violenza?”. I dati sono alla portata di Bongiorno, di professione avvocata, e del resto la stessa presidente, fino al colpo di mano del mese scorso, assicurava che il concetto di consenso era imprescindibile. Poi ha annunciato solo un ritocco e un iter velocissimo. Ora si trova impantanata in un pasticcio giuridico, con la data di arrivo in aula del ddl procrastinata ad aprile. “Abbiamo sentito dire in commissione che ci vuole un giusto equilibrio tra parte offesa e diritto dell’imputato e indagato - ha spiegato Valente - ma restiamo convinte che ci sia ancora un forte squilibrio a danno delle donne”.

Le opposizioni rimangono in attesa, a questo punto la palla è tutta nelle mani della presidente di Commissione che deve ricomporre la maggioranza di cui fa parte. È possibile quindi che arrivi un ulteriore testo, un Bongiorno bis o tris, per uscire dal guado. “Ci auguriamo che si fermino altrimenti, come sostengono i centri antiviolenza, meglio nessuna legge che questo arretramento. Noi daremo battaglia”, conclude la senatrice dem.