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di Giovanna Casadio

La Repubblica, 19 maggio 2022

I dem al Senato pensano a convocare una riunione per trovare una mediazione. Malpezzi: “Siamo pronti”. Sul ddl Zan il Pd chiama a raccolta tutti i partiti. Il giorno dopo la giornata internazionale contro l’omotransfobia, Enrico Letta rilancia affinché la legge che porta il nome del deputato e attivista lgbt Alessandro Zan non finisca di nuovo nel congelatore, scrivendone definitivamente la parola fine. Quindi i Dem al Senato pensano di convocare una riunione di tutta la maggioranza per rimettere le carte in tavola su una legge che rappresenta il minimo sindacale in fatto di difesa contro i crimini d’odio. La capogruppo dem Simona Malpezzi conferma che è questa l’ipotesi per cercare di superare lo stallo e ragionare sui cambiamenti del testo. “Il Pd è aperto a modifiche, che però mantengano la tutela di tutti. L’abbiamo detto e ripetuto: siamo pronti”, dice Malpezzi.

Zan, a Metropolis tv ieri, calcola i tempi: “Nonostante ci sia un conto alla rovescia verso fine legislatura, se c’è la volontà politica la legge si può ancora approvare, sedendosi attorno a un tavolo per discutere”. “Ghigliottinata” a Palazzo Madama con un voto segreto e l’esultanza scomposta delle destre a ottobre scorso, dopo un primo via libera alla Camera, è rimasta ferma sei mesi prima di essere ripresentata, come il regolamento parlamentare prevede.

Ora la Lega e Fratelli d’Italia ironizzano sulle priorità della sinistra. Salvini il 9 maggio scorso ha attaccato: “La priorità per Letta e la sinistra, che non è più neanche sinistra, non sono la pace e il lavoro, ma il ddl Zan”. Il Pd replica che “diritti civili, giustizia sociale e compatibilità ambientale vanno di pare passo, sono tre pilastri”. Nella direzione dem di ieri, il segretario contrattacca: “Per la destra non è mai il momento dei diritti: ogni volta un argomento nuovo per dire non è il momento per il ddl Zan e per lo ius scholae. Il nostro impegno sul ddl Zan sarà ancora più determinato”.

Interlocutori privilegiati dei giallo-rossi - Pd, 5Stelle e Leu - affinché qualcosa si smuova sono i renziani (che a Montecitorio hanno detto sì, e poi si sono sottratti al Senato) e Forza Italia, dove c’è un drappello di liberal a favore. Elena Bonetti, ministra renziana delle Pari opportunità e della Famiglia, sempre a Metropolis, ha affermato: “Non posso essere io a convocare un tavolo, perché il governo è parte terza”. Difende la scelta fatta da Italia Viva: “Al Senato Renzi non ha detto semplicemente non ci sono i numeri, ma non ci sono i numeri, attenzione. Subito certo ci vuole una legge che contrasti le discriminazioni lgbt, sono la prima a sostenere la necessità di una legge. Il dialogo è con il Parlamento, non con il governo. E se la legge è stata affossata è stato per la mancanza di dialogo. È stata negata la possibilità di sedersi a un tavolo. Si è fatto un esercizio di posizionamento. Sui diritti fondamentali va sempre cercato uno spazio di mediazione”.

Mediazione che per Zan invece si è sempre cercata. Monica Cirinnà, senatrice e responsabile diritti del Pd, precisa che ora attorno al tavolo vanno rimessi tutti i capigruppo di maggioranza, dal leghista Massimiliano Romeo al renziano Davide Faraone, dalla forzista Anna Maria Bernini a Loredana De Petris di Leu e alla grillina Maria Domenica Castellone.

Cirinnà ritiene che occorra incalzare Matteo Renzi e i renziani. Sul tavolo di maggioranza le modifiche possibili riguardano l’articolo 1 del ddl Zan, quello dove sono elencate le definizioni di orientamento sessuale, sesso e genere; l’articolo 4 sulla libertà di espressione e l’articolo 7 sulla educazione nelle scuole. Su una questione però non c’è spazio per stravolgimenti, ovvero il riferimento all’identità di genere che tutela le persone transgender. Sempre Zan: “Non si può chiedere di introdurre una discriminazione in una legge contro le discriminazioni”.