di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 luglio 2026
Troppi detenuti al 41 bis, mafiosi di peso messi in cella accanto a detenuti fragili che ne subiscono la supremazia, smartphone che entrano in carcere con troppa facilità e servono a comandare da dentro. L’audizione del procuratore di Palermo Maurizio de Lucia davanti alla commissione Antimafia, presieduta da Chiara Colosimo, è stata questo: un elenco di fatti, senza una riga di dietrologia sul fenomeno mafioso. E su un punto ha messo un paletto che vale più di molte polemiche: il problema delle carceri di oggi non è quello degli anni Ottanta. “Il tema del controllo delle carceri non è quello degli anni 80 di Raffaele Cutolo che gestiva il carcere dove si trovava da padrone”, ha detto
“È più sofisticato, perché se io colloco pochi agenti di polizia penitenziaria a sorvegliare decine di detenuti, con tutta la volontà di quegli agenti la sorveglianza non può funzionare”. Nella media sicurezza ci sono soggetti con una forte capacità criminale e altri fragili: “È chiaro che i primi domineranno sui secondi, costringendoli anche a prestazioni illecite”.
Prima del carcere, de Lucia ha ricostruito come Cosa nostra si è riorganizzata dopo la cattura di Messina Denaro. Dei grandi latitanti ne resta uno, Giovanni Motisi, che però “non è un capo”. La struttura di vertice non esiste, c’è invece “una capacità di colloquiare dei cosiddetti mandamenti sul territorio estremamente pericolosa”: il traffico di droga è concordato tra mandamenti, Palermo e Agrigento insieme, in dialogo con la ‘ndrangheta e la mafia albanese. 18 persone che hanno protetto la latitanza sono state arrestate e condannate, un’indagine chiusa due mesi fa ha individuato beni per circa 200 milioni tra Europa e Libano, l’11 febbraio 2025 in una notte sono stati arrestati 181 affiliati. Il procuratore ha contestato due parole del discorso pubblico: “Qui non sono bande, così come non sono clan, ma sono famiglie”. E la presunta camorrizzazione: “La costituzione orizzontale di Cosa nostra è intatta”.
Sulla questione penitenziaria ha detto che quando i mafiosi entrano in carcere, “nel giro di poche ore vengono muniti di apparecchi di comunicazione con l’esterno”. Non più microcellulari, ma smartphone. E non solo in Sicilia: i dati del suo ufficio riguardano istituti “disseminati in tutto il territorio nazionale”. Solo a Palermo ne sono stati trovati 297 tra il 2025 e la prima metà del 2026. Con i droni che hanno sbagliato ‘‘atterraggio ne sono stati recuperati 26 a Pagliarelli nel 2025, 129 all’Ucciardone e 47 nell’ultimo semestre. Quelli che non falliscono nessuno li conta.
Il procuratore aggiunto Carlo Marzella ha portato i casi. A un imputato di narcotraffico legato al capo storico di Cosa nostra agrigentina sono stati sequestrati 7 volte, 4 all’Ucciardone, una a Ragusa, 2 ad Augusta: da lì faceva videochiamate ai suoi uomini liberi, che gli mostravano le prove di sparo con i kalashnikov appena procurati.
Un altro aveva il telefono in ogni istituto in cui veniva trasferito: in un’intercettazione il padre gli chiede come faccia a chiamare se è appena arrivato, e lui risponde che il cellulare ce l’ha già. Le conseguenze sono due. “Li mettiamo in custodia cautelare ma in realtà cauteliamo molto poco se dal carcere continuano a fare quello che facevano fuori”. E c’è il danno alla credibilità dello Stato davanti alle vittime del racket, quelle a cui lui stesso ha chiesto di denunciare: “Quando si apprende che quelli denunciati, una volta detenuti, dal carcere ti ordinano le attività di danneggiamento, la risposta delle vittime è a che gioco giochiamo”. Gli attentati con armi da guerra degli ultimi mesi a Palermo sono partiti dal carcere.
Sulla polizia penitenziaria de Lucia ha speso parole che rispondono da sole alle accuse di Nordio. È il primo servizio di polizia giudiziaria a cui la procura si affida per indagare dentro le carceri: “Il riconoscimento della qualità del loro lavoro è assoluto e non credo possa essere messo in discussione da nessuno”. Le mele marce ci sono, “ma ne abbiamo in tutte le categorie, a cominciare dalla mia”. Sul 41 bis il giudizio è netto: strumento efficiente, ha impedito ai capi di comandare. Il difetto è il numero. “Se aumenta il numero di quelli che io sottopongo al 41 bis diminuisce la qualità del regime”, e la responsabilità è delle Dda, che sulle proroghe “dovrebbero essere più rigorose”. Il buco vero è l’alta e la media sicurezza. Sui jammer ha invitato al pragmatismo, perché nelle carceri di città schermare le reti non funziona. Le celle aperte vanno ripensate, non richiuse: “Io non ho soluzioni, va affidato ai veri esperti di questa materia”.
Poi il passaggio che lui stesso ha definito “un libro dei sogni” per una legislatura che finisce l’anno prossimo. “Noi nelle carceri teniamo un sacco di gente che in realtà nelle carceri non ci deve stare, perché la funzione rieducativa della pena di cui all’articolo 27 della Costituzione, che è sacra, non si esercita soltanto guardando la pena detentiva”. Serve una revisione del codice penale, perché “ragioniamo ancora in termini di pena come era nell’Ottocento”.
Vanno rivisti i reati ostativi, oggi “ultronei rispetto alla reale necessità”: hanno senso per terrorismo, mafia e reati sessuali, molto meno per i colletti bianchi, e se sono troppi “il problema delle detenzioni in carcere non lo risolviamo”. Va ripensato il Fondo unico giustizia per investirlo sul carcere, e vanno chiusi gli istituti storici nei centri urbani, l’Ucciardone come Regina Coeli, San Vittore e Poggioreale. “Un Paese moderno ha bisogno di carceri moderne, di pene moderne e di guardare i principi di una Costituzione che rimane modernissima”. A chi gli chiedeva se servisse un reato di apologia di mafia ha risposto di no: “Sono fondamentalmente contrario alla creazione di nuovi reati, perché già ne abbiamo abbastanza”. Dal Pd è arrivata la richiesta di audire i vertici del Dap, per approfondire la questione dell’alta sorveglianza. La presidente Colosimo ha assicurato che quella audizione è già prevista.










