di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 3 marzo 2025
Quante sono, e come stanno le donne in carcere? Secondo gli ultimi dati del Dap aggiornati al 31 gennaio 2025, le donne recluse sono 2.718 su 61.916 detenuti, di cui 11 madri e 12 bambini. Una “minoranza penitenziaria”, isolata e sparpagliata sul territorio nazionale. In Italia, infatti, al momento ci sono soltanto tre penitenziari femminili: Trani, Roma e Venezia Giudecca, che ospitano circa un quarto delle detenute. Tutte le altre si trovano nelle sezioni degli istituti maschili. Con quali conseguenze? Ne abbiamo parlato con la deputata del Pd Debora Serracchiani.
Il primo nodo riguarda la mancanza di una normativa specifica sulla detenzione femminile: l’ultima legge risale al 2015, la legge Gonnella. Bisognerebbe orientare l’amministrazione penitenziaria a una politica di genere?
Certo. Al fine di abbattere il sovraffollamento, la legge 47 del 2015 si è occupata delle misure cautelari personali, limitando l’uso della custodia cautelare in carcere e promuovendo misure alternative. E proprio riguardo alle donne detenute, ha ampliato il ventaglio delle modalità di esecuzione della pena.
Vorrei ricordare che una legge precedente, la n. 62 del 2011, ha introdotto gli Istituti a Custodia Attenuata per detenute Madri (ICAM), strutture pensate per garantire un ambiente più adatto alla crescita dei minori. In realtà il loro numero sul territorio nazionale è estremamente limitato ed è notizia di questi giorni la chiusura dell’Icam di Lauro in Campania, l’unico Icam del Sud. Nemmeno gli Icam sono luoghi adatti ai bambini ma sempre meglio del carcere.
Anche l’architettura penitenziaria è pensata a misura di uomo. La politica dovrebbe e potrebbe occuparsene?
L’architettura penitenziaria in genere non ha molto a che fare con l’umanità. Si tratta spesso di strutture fatiscenti, di solito prive di manutenzione ordinaria e straordinaria, o costruite in zone rivelatesi inadeguate (Solliciano, Livorno, Reggio Emilia ad es.) o in siti non adatti ad ospitare istituti penitenziari (come Canton Mombello a Brescia o Pordenone). A maggior ragione queste strutture, pensate solo per gli uomini, mancano degli spazi necessari ad ospitare donne detenute.
Quando si parla di donne in carcere si parla spesso di madri detenute, al grido di “mai più bimbi dietro le sbarre”. Ma il ddl Sicurezza, in discussione al Senato, elimina il differimento obbligatorio della pena per le donne incinte e le madri con figli di età inferiore a un anno...
Una norma di inciviltà che abbiamo combattuto in tutti i modi. Ricordo che nella scorsa legislatura a prima firma del collega Paolo Siani avevamo presentato una Pdl che, in direzione opposta, prevedeva che le donne incinte e i bambini piccoli non entrassero mai in carcere ma che venissero ospitati in case famiglia che, ferma la pena, consentissero ai bambini di vivere in condizioni adeguate e compatibili. La PdL a mia prima firma è stata ridepositata alla Camera ed era stata anche portata in aula ma talmente stravolta dagli emendamenti della destra che abbiamo dovuto ritirarla. Una vergogna. Inutile dire, infine, che tutte le richieste di finanziamento di case famiglia sono state respinte dal governo.











