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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 13 febbraio 2023

Il parere del procuratore generale di Cassazione sul 41 bis: “Collegamenti con gli anarchici da dimostrare”. Uno spiraglio in vista della decisione del 24 febbraio. Ma intanto c’è il nodo dell’alimentazione forzata: cosa fare se la situazione precipita?

Sono stabili le condizioni di Alfredo Cospito, che da ieri è stato trasferito dal carcere di Opera al reparto riservato ai detenuti del carcere San Paolo di Milano. L’anarchico in sciopero della fame da 115 giorni contro il 41 bis ha rifiutato la sedia a rotelle e si è mosso con le sue gambe, chiedendo, a quanto si apprende “scusa per il disturbo” al personale sanitario che lo ha preso in cura. La scelta del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è stata definita dal ministero “precauzionale”, dopo che da una visita medica era emerso che rischiava peggioramenti improvvisi: “La salute di ogni detenuto costituisce priorità assoluta”, ha ribadito via Arenula.

Mentre la sua salute desta sempre più preoccupazione, tanto che si inizia a ragionare su cosa accadrà nel momento in cui dovesse perdere conoscenza e necessitare di alimentazione e idratazione forzata, si apre uno spiraglio per la modifica del regime carcerario imposto a Cospito. Dopo il “no” di Nordio, che non ha revocato il 41 bis, si attende la Cassazione il 24 febbraio. Il procuratore generale, Pietro Gaeta, nella requisitoria ha dato chiesto che il provvedimento di carcere duro sia annullato. Perché? Perché, scrive il pg, non è sufficientemente dimostrato il legame attuale, presente, tra Cospito e gli anarchici che sono fuori dalle carceri. Nella requisitoria, anticipata dall’Ansa, si legge che per dimostrare che questi collegamenti esistano e che possano causare la commissione di altri reati “è necessario che emerga una base fattuale” fondata su “elementi immanenti e definiti”. Base che, al momento, “non è dato riscontrare”. La posizione della procura generale lascia dunque aperta la possibilità che la decisione giudiziaria sul 41 bis a Cospito sia diversa da quella politica, arrivata il 9 febbraio per mano del Guardasigilli. Si tratterebbe di una svolta di non poco conto, ma prima che ciò accada bisogna aspettare ancora due settimane. Che per una persona in sciopero della fame possono essere fatali. Più urgente è, invece, la questione sanitaria. E delle eventuali cure di emergenza.

Cosa succederebbe se, a causa del lunghissimo digiuno che sta compromettendo la sua salute, Cospito perdesse conoscenza, se si trovasse sul punto di non farcela? La questione è molto delicata e ne abbiamo parlato con Francesco Di Paola - avvocato, componente dell’associazione Luca Coscioni nonché uno dei legali Marco Cappato e di Mina Welby - e con Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze e co-autore del libro Vendetta pubblica in cui, con storie e numeri, racconta il carcere e la rieducazione.

Intervenendo sull’eventualità dell’alimentazione forzata, l’avvocato Flavio Rossi Albertini, che assiste l’anarchico, ha spiegato: “Alfredo Cospito è stato chiaro e sarebbe irrispettoso alimentarlo artatamente lui ha lasciato disposizioni precise e lo ha fatto in condizione di perfetta lucidità. Una volontà che non possono violentare”.

Nonostante ciò, la questione resta aperta. Il ministro della Giustizia ha chiesto un parere al Comitato nazionale di bioetica, recentemente rinnovato, dopo la nascita del governo Meloni. Si tratterebbe, in ogni caso, di un parere né obbligatorio, né vincolante. A suscitare dubbi è il fatto che Cospito non è un uomo libero, ma un detenuto. Sono dubbi che, però, per l’avvocato Di Paola non hanno ragione di esistere: “Non c’è nessuna differenza, sotto questo aspetto, tra un detenuto e un uomo libero. Cospito ha firmato una disposizione anticipata di trattamento (Dat), anche se non nelle forme ufficiali previste dalla legge. La sua volontà di rifiutare un trattamento sanitario è chiara. Ha deciso di dire no all’alimentazione e all’idratazione forzata e ha tutto il diritto di farlo, perché è previsto dalla legge. Il fatto che sia recluso al 41 bis non lo diversifica da un altro essere umano. La sua vita è nella sua totale disponibilità”. Cospito, come ha raccontato al Dubbio il suo avvocato, ha scritto due documenti, che sono stati inoltrati al Dap. In queste carte dice con chiarezza che rifiuta l’alimentazione forzata. Ma il fatto che tecnicamente non si tratti di una vera e propria disposizione anticipata di trattamento - che per la legge avrebbe un iter diverso - potrebbe rendere il documento non valido? Per l’avvocato Di Paola no: “Non possono appigliarsi a questo, devono tener conto del contenuto del documento. E lo dovranno fare anche se Cospito dovesse perdere conoscenza. Lo scopo delle Dat è proprio quello di rendere attuale il consenso anche quando un soggetto non sarà più capace di intendere e di volere”.

Secondo Marcello Bortolato la questione è più articolata. Per il magistrato, infatti, la disposizione che l’anarchico al 41 bis ha rilasciato tramite il suo avvocato, non essendo stata fatta secondo la procedura canonica, “non sembrerebbe valida ai sensi della legge 219 del 2017”. Il riferimento è al provvedimento sulle disposizioni anticipate di trattamento. Ma è anche vero, precisa il magistrato, “che quella stessa legge ha stabilito che l’alimentazione e l’idratazione forzata sono trattamenti sanitari, che possono essere rifiutati”. E Cospito, nel pieno delle sue facoltà mentali, come ha ripetuto anche di recente il suo avvocato, ha scelto preventivamente di rinunciarvi. Una dichiarazione del genere prima del 2017 non sarebbe stata ricevibile e il medico avrebbe avuto l’obbligo di continuare ad alimentare il paziente. Ma ggi non è più così.

Nonostante questa legge contribuisca a rendere più chiari i confini della materia, i problemi restano, perché non ci sono precedenti. Almeno per quanto riguarda i detenuti al carcere duro: “Quello di Cospito è il primo caso noto di detenuto al 41 bis in sciopero della fame per il quale si pone, o si potrebbe porre, il tema dell’alimentazione forzata. Ma, in linea generale, problemi di questo genere si sono posti varie volte per altri reclusi”, sostiene ancora Bortolato. “In quei casi - aggiunge - la conclusione a cui si è arrivati era che lo Stato, (rappresentato dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) ha un obbligo di custodia, un obbligo di protezione, nei confronti della persona detenuta. Obbligo che si manifesta ad esempio quando si interviene per salvare un detenuto che sta tentando il suicidio. In linea generale, le stesse regole valgono anche in caso di sciopero della fame. In altre parole: non esiste il diritto a morire in carcere. Il caso Cospito è, però, molto più complicato”.

Ad essere dirimente potrebbe essere il livello di consapevolezza che sta avendo Cospito - che, ad eccezione di zucchero, sale, miele e, fino a pochi giorni fa degli integratori, non si alimenta dal 20 ottobre - nel portare avanti la sua protesta. Ha contezza dei rischi estremi cui va incontro? Stando a quello che dice il suo difensore sì.

“Nel momento in cui ogni altra strada si è chiusa, la dissuasione non ha funzionato, e lui ha chiarito di voler portare la sua scelta di non alimentarsi fino alle estreme conseguenze, la volontà di Cospito andrebbe rispettata - spiega ancora il presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze - Perché qui non siamo di fronte a un atto dimostrativo, compiuto magari per poco tempo e da parte di detenuti per cui si ipotizza che non abbiano piena consapevolezza del rischio cui vanno incontro se smettono di alimentarsi. Qui ci troviamo di fronte a una protesta che ha anche un contenuto politico, quindi il livello di consapevolezza con cui agisce Cospito è diverso. La sua volontà pare chiara”.

Quali strade sono percorribili allora? Qualcuno ha parlato di possibile Tso, ma né Di Paola né Bortolato credono che sia un’opzione praticabile: “Dovrebbe essere autorizzato dal sindaco del Comune in cui al momento si trova, quindi dal primo cittadino di Milano, ma a mio parere - argomenta l’avvocato Di Paola - questa procedura si può seguire per casi psichiatrici, non quando si pone solo un problema clinico. Qualcuno sostiene che Cospito possa non rendersi pienamente conto di quello che potrebbe succedergli se continua a rifiutare alimentazione e idratazione forzata, e che quindi, in quest’ottica si potrebbe giustificare il Tso, ma secondo me è una forzatura. Anche perché l’incapacità di intendere e di volere che potrebbe sopraggiungere in caso di perdita di conoscenza è comunque superata dalla Dat”. Su una linea simile anche Bortolato: “La procedura del Tso mi sembra difficilmente applicabile in questo caso, perché può essere utilizzata quando c’è evidente alterazione psichica”, argomenta il magistrato.

In astratto, ci sarebbe un’altra norma applicabile: “L’articolo 41 dell’ordinamento penitenziario - sostiene ancora il magistrato - stabilisce che possono essere utilizzati mezzi di coercizione, con l’utilizzo di forza fisica, per impedire la violenza dei detenuti. Anche se è autoinferta”. Una norma, questa, che è stata “applicata in rarissimi casi per quanto riguarda l’alimentazione forzata”, ma che può essere utilizzata “quando il rifiuto di alimentarsi non è pienamente consapevole”. Ma, come spiegato in precedenza, non è questo il caso di Cospito: “La situazione è delicata - prosegue Bortolato - e l’aspetto più importante su cui ragionare è, appunto, il grado di consapevolezza del detenuto. In questo caso ha espresso una volontà lucida, in forme chiare”.

E allora, alla luce di tutto questo, la risposta, come spesso accade, è data dalla Costituzione: “Nel secondo comma dell’articolo 32 si legge che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Ecco, la chiave è qui - chiosa il magistrato - non ci si può mai spingere a violare il rispetto della dignità della persona. In questo caso, quindi, significherebbe rispettare la volontà pacifica di portare alle estreme conseguenze una decisione, quella dello sciopero della fame, che porta con sé anche delle ragioni politiche”.

Intanto proseguono le manifestazioni in sostegno dell’anarchico e ieri ci sono stati degli episodi di violenza a Milano e 11 persone sono state denunciate. Matteo Salvini annuncia la linea dura: “Da vicepremier porterò in Consiglio dei ministri la richiesta di intervenire duramente contro questi delinquenti, chiudendo covi e bloccando siti”. Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia in commissione Affari costituzionali, ha già pronta una proposta di legge per introdurre un nuovo reato per reprimere le manifestazioni violente: terrorismo di piazza. Ci si dimentica, in questo caso come in tanti altri - e il decreto rave insegna - che i comportamenti di chi scende in piazza ed esercita la violenza sono già abbondantemente perseguibili. E le denunce delle scorse ore lo dimostrano.