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di Giacomo Puletti

Il Dubbio, 23 aprile 2026

“Casi straordinari di necessità e urgenza” è una dicitura che va imparata a memoria in qualsiasi corso universitario di diritto parlamentare, pena l’immediata bocciatura. È infatti parte dell’articolo 77 della Costituzione, quello che disciplina i decreti legge, pensati come strumento attraverso il quale l’esecutivo, rapidamente, può far approvare una norma senza aspettare i tempi solitamente necessari al Parlamento. Ma proprio perché il nostro Paese è una repubblica parlamentare e non presidenziale, i decreti legge furono pensati dai Costituenti solo come eccezioni, rarità, da utilizzare, appunto, “in casi straordinari di necessità e urgenza”. Eppure quasi da subito si è assistito a un abuso della decretazione d’urgenza, come più volte ribadito sia da diversi presidenti della Repubblica, da Napolitano a Mattarella, e riconosciuti dagli stessi protagonista della nostra vita politica.

Nella prima legislatura il governo De Gasperi emanò solo 29 decreti, mentre in questa legislatura sono praticamente già decuplicati, arrivando a 127. Ma già nella seconda legislatura i decreti raddoppiarono e furono 124 nella sesta legislatura. Se il culmine si è avuto nella dodicesima legislatura, quella post terremoto di Tangentopoli con 669 decreti legge, la differenza da allora a oggi è che negli ultimi 30 anni gli addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del problema, non riuscendo tuttavia a porre un argine alla decretazione d’urgenza.

E così si arriva ai decreti Sicurezza di oggi, quelli del governo gialloverde prima e quelli del governo Meloni poi, di cui l’ultimo in discussione ieri in Parlamento.

Inserendo peraltro nei testi la qualunque, dai coltelli in uso tra i giovani alle norme per pagare gli avvocati che riescono a portare a buon fine un rimpatrio volontario di un migrante. Con buona pace dei ripetuti richiami del Colle, a conti fatti inascoltati.

In questa legislatura il tema emerse con chiarezza nel 2023, con due richiami da parte del Quirinale. All’epoca Mattarella aveva accompagnato la promulgazione del decreto “Milleproroghe” con una lunga lettera ai presidenti di Senato e Camera La Russa e Fontana in cui, nel pieno rispetto della loro autonomia costituzionale, lasciava intendere che da loro si aspettava passi concreti.

Episodio ripetutosi pochi mesi dopo, quando il Quirinale ha sollecitato i presidenti dei due rami del Parlamento a prendere con decisione l’iniziativa contro l’ammissibilità degli emendamenti che trasformano le norme in decreti omnibus. La Russa e Fontana assicurarono a Mattarella la loro massima disponibilità al fine di evitare incidenti come quello per cui vennero convocati, quando l’allora “decreto bollette” era stato bloccato un attimo prima del voto finale e “ripulito” in tutta fretta di quattro emendamenti fuori contesto.

Questa volta è toccato al decreto Sicurezza, con la tanto criticata norma sui compensi agli avvocati, che tuttavia, paradosso dei paradossi, non è stato modificato ma ha portato alla decisione di emanare un ulteriore decreto che sconfessa quello appena approvato.

Il tutto in un contesto internazionale in continua evoluzione che si traduce in prezzi dei carburanti ancora molto alti e in una crisi energetica dalla quale stanno già scaturendo conseguenze economiche. È di ieri la notizia che Eurostat ha certificato il deficit dell’Italia al 3,1% nel 2025 e dunque il nostro Paese resta sotto procedura d’infrazione, sforando il 3% previsto dal Patto di Stabilità. “Non penso sia un fallimento del governo, ricordo che la previsione per il 2025 era 3,3% - ha detto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - Noi abbiamo già fatto meglio delle previsioni del programma che avevamo presentato all’Europa e sotto questo aspetto abbiamo sovraperformato come al solito”. Negli stessi minuti il Senato approvava il decreto carburanti, questo sì un caso straordinario di necessità e urgenza. Ma quasi tutti gli altri, compreso il decreto Sicurezza?