di Andrea Carugati
Il Manifesto, 7 febbraio 2026
Critiche soft da Schlein, Conte e Fratoianni che parlano di “truffa” e “propaganda”. Per la leader Pd le priorità sono altre. E annuncia la mobilitazione per il No al referendum e la campagna di ascolto in vista delle politiche. Il centrosinistra è rimasto sostanzialmente fermo alla mozione unitaria presentata mercoledì in Senato contro le “inaccettabili strumentalizzazioni” degli scontri di Torino fatte dal ministro Piantedosi, che ha accusato i manifestanti pacifici di complicità con i violenti. Una mozione utile, che anticipava il no alle norme liberticide che il governo ha varato giovedì ieri per decreto. Peccato però che, dopo il consiglio dei ministri, il livello dell’opposizione sia improvvisamente calato. Come se quello partorito da Meloni e soci fosse un normale decreto sicurezza, e non un attentato ai diritti costituzionali, come il fermo preventivo per 12 ore di persone ritenute potenziali rei, a totale discrezione delle questure. Ieri, quando le opposizioni avevano avuto il tempo per leggere e meditare i contenuti del decreto, le opposizioni sono apparse ferme sulle gambe. Derubricando la stretta sulle manifestazioni a uno dei tanti argomenti in agenda.
Soprattutto Elly Schlein, che ha citato i fatti di Torino al minuto 32 di 44 totali della sua relazione alla direzione Pd. “Non si usino i fatti di Torino per giustificare una nuova stretta sulla libertà di manifestazione che non deve essere compromessa”, ha detto Schlein, che ha parlato di “norme liberticide” e affermato che il Pd si opporrà a “una stretta repressiva che andrebbe a colpire non i facinorosi ma i diritti di tutti”.
Parole che non vanno al cuore delle norme varate dal governo e che potevano essere pronunciate alla viglia del decreto. E passano in secondo piano, nelle priorità, rispetto alla campagna di ascolto del Pd, alla politica internazionale e alla situazione economica.
Anche Conte usa toni prudenti: “La vera emergenza degli italiani qual è? Il carovita, il caro bollette, le liste d’attesa. Il governo invece confeziona un decreto sicurezza per illudere gli italiani. Peraltro, miliardi e miliardi per il riarmo, un miliardo addirittura buttato nei centri vuoti in Albania, e qui solo 50 milioni, ma di fatto solo per una stretta a manifestazioni anche pacifiche. Una grande truffa per i cittadini”, ha detto il leader 5S su Canale 5. Pure Fratoianni non ci va giù pesante: “Nulla del decreto ha a che vedere con la sicurezza dei cittadini”. Ci sono invece “interventi gravi e incostituzionali come il fermo preventivo, che anche i vertici delle forze dell’ordine e tutti coloro che hanno a che fare quotidianamente con la sicurezza pubblica, considerano inutili. Più che un governo questo è un generatore automatico di nuovi reati, ma Chat Gpt avrebbe fatto meglio. È l’ennesimo insulso atto di propaganda. Un teatrino inutile e pericoloso, una truffa”.
Riccardo Magi di +Europa mette in luce in modo più chiaro la pericolosità del decreto: “Il dissenso viene trattato come un problema da neutralizzare. Sulle manifestazioni il salto di qualità illiberale è evidente, alza sanzioni e allarga la punibilità fino a colpire anche chi le promuove”. “Non si puniscono solo le condotte violente, si costruisce un clima di rischio intorno alla mera partecipazione. È banalizzazione della repressione, nemmeno tanto mascherata: si vuole una democrazia docile, dove la libertà è tollerata solo se non disturba”.
I temi al centro della relazione di Schlein sono la campagna di ascolto, che vedrà la sua conclusione con un evento il 7 marzo a Roma e il No al referendum, su cui Schlein mobilita con forza il partito, spiegando che la riforma Nordio “non riguarda solo i magistrati ma i diritti di tutti i cittadini” e che “serve a un governo che non vuole giudicato da altri poteri, vuole far vedere ai magistrati chi comanda davvero e vuole pm sotto il controllo dell’esecutivo”. Parole nette, sottolineate da Peppe Provenzano che definisce la riforma Nordio “un attacco alla separazione dei poteri e dunque alla Costituzione”. “Il Pd vota No per evitare che l’Italia diventi come l’America di Trump”.
Quanto ai rapporti interni, Schlein ha ribadito che “si può essere d’accordo o meno, ma il Pd non ha linee diverse, ne ha una, non due, non tre, non nessuna. È un principio fondamentale che deve tenere insieme la nostra comunità plurale anche nel rispetto di chi ha un’idea diversa”.
Gli esponenti della destra dem, hanno formulato molte critiche, ma solo Pina Picierno ha usato toni duri: “Tanti fondatori non si riconoscono più, non riconoscono più il Pd. Chi ha vinto il congresso non ha il diritto di cambiare la natura di un partito. Ed è quello che sta succedendo. Il Pd non è nato come un partito di sinistra identitaria, è nato come un partito riformista di centro-sinistra. C’è ancora spazio per democratici e liberali come me?”. E Guerini: “Non possiamo farci menare per il naso da Conte che non vuole un tavolo in cui confrontarci sul programma: se ci porta a ridosso delle elezioni rischiamo di dover compromettere le ragioni programmatiche alle esigenze di un’alleanza”. Alla fine la relazione di Schlein è stata votata con 162 sì e 11 astenuti della minoranza.










