sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Liana Milella

La Repubblica, 26 ottobre 2023

Ma il vicepresidente Pinelli si astiene. Secondo l’avvocato leghista di Padova la decisione del Consiglio superiore di magistratura “esonda dalle valutazioni che gli sono consentite”. Come lui votano i laici di FI Aimi e di Iv Carbone, a favore tutti gli altri. Il vice presidente del Csm Fabio Pinelli, l’avvocato di Padova eletto dal Parlamento in quota Lega tra i dieci laici di palazzo dei Marescialli, fa ancora notizia per un suo voto durante una seduta del plenum. Il 6 luglio, proprio grazie al suo stesso voto che vale doppio in caso di parità, fece prevalere Filippo Spiezia come procuratore di Firenze. Stasera invece la sua astensione sul parere al decreto Caivano fa di nuovo notizia perché lo stesso Pinelli dice ai colleghi che in questo modo il Csm “esonda dalle valutazioni che gli sono consentite sull’organizzazione degli uffici giudiziari”. Sollevando inevitabilmente una serie di critiche, anche se il parere passa con il voto di tutti, e la sola astensione di Pinelli e dei laici di Forza Italia Enrico Aimi, lo stesso che per primo ha criticato il comportamento della giudice Iolanda Apostolico, e di Ernesto Carbone, a sua volta laico di Italia Viva.

Sono le 19, alle spalle c’è una giornata difficile perché il sistema elettronico di voto è andato in tilt per molte ore, e anche perché lo stesso Pinelli, a più di un collega, ha annunciato la sua intenzione di prendere le distanze dal parere della sesta commissione che arriva proprio mentre al Senato, tra molte difficoltà, la commissione Giustizia sta votando il decreto Caivano. Approvato dal Consiglio dei ministri il 7 settembre, il corposo decreto è ancora in prima lettura in commissione e rischia problemi di conversione.

Ed è proprio questa la ragione che, alla fine, spinge Pinelli, che lo dichiara espressamente, a votare comunque, anche se astenendosi, e questo lascia intendere che probabilmente, se ci fosse stato più tempo, avrebbe tentato con un rinvio di convincere i colleghi a riflettere sul contenuto del parere che, appunto, nella versione votata, a suo dire “esonda” dai poteri dello stesso Consiglio. Proprio quest’idea, in modo esplicito, fa dire al togato Roberto Fontana, il pm di Milano che non appartiene a nessuna corrente, che “l’attuale presa di posizione del Csm trascende la vicenda specifica e si proietta nel futuro, sui ddl che potrebbero riguardare tutta l’attività giudiziaria ben più del decreto Caivano che ha una portata circoscritta”. Secondo Fontana “il Csm deve difendere le sue prerogative e leggere le norme per garantire se stesso”.

Invece non la pensa affatto così Fabio Pinelli, convinto che il parere sul decreto vada ben oltre i poteri assegnati al Csm dalla legge del 1958. Ed eccolo dire che il parere è certo “complesso e approfondito” - stiamo parlando di ben 68 pagine - ma “a mio sommesso giudizio non si limita a valutare l’impatto sul lavoro dei giudici”. Ma contiene “plurime perplessità e critiche sull’articolato normativo che nulla hanno a che vedere con l’organizzazione giudiziaria”. Ma ecco la frase chiave del suo discorso: “La struttura del parere esonda dal terreno proprio delle valutazioni che sono consentite al Csm e che riguardano il tema dell’organizzazione degli uffici giudiziari”. Pinelli chiama in causa la Costituzione: “L’intervento del Csm non può estendersi oltre le funzioni proprie costituzionali che non possono trasmodare in un’impropria compartecipazione alle politiche di contrasto alla criminalità”.

Pinelli avrebbe potuto chiedere il ritorno in commissione. Cita anche questo suo “potere”, ma non lo esercita. “Non lo chiedo perché il parere contiene una larga parte di osservazioni pertinenti e perché i tempi di conversione di fatto priverebbero il Csm di una funzione fondamentale, ma nei limiti della legge che anche il Csm deve rispettare”. La riflessione sui “poteri” del Csm è solo rinviata.

Il punto di partenza è la legge del 1958, la 195 del 24 marzo, che all’articolo 10 dice espressamente: “Il Csm dà pareri al ministro sui disegni di legge concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e su ogni altro oggetto comunque attinente alle predette materie. Delibera su ogni altra materia ad esso attribuita dalla legge”. Una formulazione generica su cui negli anni si sono esercitate dozzine di giuristi. Ed è proprio sul suo significato che intervengono i consiglieri del Csm che poi votano il parere favorevole al decreto illustrato dal relatore di Area Marcello Basilico. Ecco Antonello Cosentino, anche lui di Area, e poi Marco Bisogni e Roberto D’Auria di Unicost, Mimma Miele di Magistratura democratica, l’indipendente Andrea Mirenda, che votano tutti a favore del perdere, concordi nel dire, pur con varie sfumature, che il Csm può esercitare questo “potere”. Anche il laico di FdI Felice Giuffrè vota sì pur se consiglia ai colleghi un “self restraint” per evitare che “ampliando la propria competenza il Csm intercetti quella di un altro potere dello Stato”.

Il tema è sul tavolo, e di certo l’uscita di Pinelli, che al Csm in quanto vice rappresenta il capo dello Stato e presidente dello stesso Consiglio Sergio Mattarella, pone un problema per il futuro. Un passo, il suo, che appare proprio in linea con quanto gli chiede la maggioranza che lo ha eletto, una vigilanza stretta sulle toghe. Un banco di prova su cui il Csm è chiamato a esprimersi già domani quando la prima commissione dovrà affrontare la pratica a tutela di Iolanda Apostolico chiesta da 13 colleghi togati, ma non dai 7 di Magistratura indipendente, la stessa corrente che, all’Anm, sabato scorso non ha votato per il sostegno a lei contro gli attacchi durissimi della Lega. Proprio l’Anm, il 26 novembre, terrà a Roma un’assemblea generale per discutere questo caso e le aspre critiche ai magistrati che si occupano di immigrazione, vittime tutti quanti degli strali della maggioranza per aver disapplicato il decreto Cutro.