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di Michele Gambirasi

Il Manifesto, 25 aprile 2026

Votato in parlamento e subito cambiato in consiglio dei ministri Entra in vigore la forzatura dell’esecutivo: esulta Matteo Salvini. Meloni: “Non è un precedente pericoloso”. Servirà l’intervento del Viminale. Alle 12.17 di ieri mattina la Camera ha approvato il testo di conversione del decreto sicurezza. Alle 12.37 Antonio Tajani ha dato il via al consiglio dei ministri a Palazzo Chigi. Alle 12.48 si è conclusa la riunione e il governo ha approvato il decreto correttivo della sciagurata norma sugli avvocati. Infine, intorno alle 17, Mattarella ha promulgato il primo ed emanato il secondo. Si è consumato così, in una manciata di minuti e qualche centinaio di metri, l’epilogo della vicenda. Ora il decreto correttivo dovrà essere convertito, e dovrebbe iniziare il proprio iter dal Senato, mentre l’applicazione della norma è rimandata a un successivo provvedimento del Viminale.

Due articoli, il testo varato ieri nel consiglio dei ministri lampo ha eliminato ogni riferimento al Consiglio nazionale forense così da permettere l’allargamento della platea dei beneficiari, e legato il versamento dei 615 euro per i rimpatri volontari assistiti non più alla partenza del migrante ma alla “conclusione del procedimento”. Il denaro stanziato è cresciuto di poco: si è arrivati a un milione e quattrocentomila euro, pensati per poco più di duemila rimpatri da qui al 2028 (nella precedente versione erano duemila esatti). Per quanto riguarda i beneficiari, ora ci penserà il Viminale con un decreto attuativo da stilare nei prossimi due mesi. Il testo correttivo è intervenuto sul Testo unico dell’immigrazione, a sua volta modificato dall’emendamento incriminato, per portarlo alla nuova versione; poi ha anche dovuto abrogare una parte di quell’articolo dove si faceva riferimento alle coperture: “Era il modo per fugare ogni dubbio”, hanno commentato dall’esecutivo. Indice che comunque, per quanto si possa far finta di nulla, è innegabile la complicatezza della soluzione adottata.

“Non ci vedo un precedente pericoloso, chiaramente avremmo preferito procedere correggendo in corsa ma questo avrebbe fatto decadere il decreto, creato un po’ di problemi”, ha subito commentato da Cipro la premier Meloni. Che per esultare ha aspettato pochi minuti, ben prima della firma quirinalizia: “In Italia la legalità non è negoziabile”. La premier ha sin dall’inizio difeso la norma come “di buon senso”, perché allineerebbe il compenso per il rimpatrio a quello elargito per difendere i migranti nei ricorsi contro le espulsioni. Affermazioni purtroppo false, dato che lo stesso decreto Sicurezza ha cancellato il gratuito patrocinio per questi ricorsi, con dubbi di compatibilità con l’articolo 24 della Carta che sancisce il diritto alla difesa.

Che non si sia creato un precedente poi, è solo parzialmente vero, dal momento che in tutti i casi richiamati degli anni passati mai il nodo era stata la manifesta incostituzionalità della norma. E la soluzione adottata è stata resa necessaria solo dalla fretta della maggioranza, ridottasi all’ultima settimana utile per convertire un decreto annunciato mesi prima. Al momento del proclama, metà febbraio, era ancora lontana la sconfitta al referendum e si cavalcava l’onda repressiva delle manifestazioni di Torino. Subito dopo la sconfitta è partita la rincorsa a destra che ha allungato i tempi, ma la decadenza sarebbe stato un problema politico del centrodestra, non certo una questione di ordine costituzionale. Rimarrà comunque uno dei “se” della vicenda, sommato a diversi altri: se l’emendamento non fosse sfuggito al vaglio degli uffici del Colle; se il provvedimento fosse stato un disegno di legge, come per sua natura pure si sarebbe potuto presentare data la vastità e quantità di articoli. Infine, se a una settimana dalla conversione non fosse montato il caso. Domande inevase.

Anche la soluzione irrituale prescelta ha davanti a sé ancora dei punti interrogativi. “Il governo compie un vero e proprio gioco delle tre carte per sfuggire del tutto al controllo del parlamento e del Quirinale. Il decreto infatti rinvia la definizione degli aspetti essenziali a un decreto ministeriale, dunque a regole che Piantedosi e Meloni scriveranno col favore delle tenebre, senza che nessuno possa intervenire”, ha detto il segretario di +Europa Riccardo Magi. Difficile che a qualcuno venga ora in mente di emendare anche il correttivo varato ieri.

Impossibilitato a discutere di sicurezza, su erano andate avanti per 40 ore le dichiarazioni di voto, ieri mattina a Montecitorio la disputa si è consumata sul 25 aprile. Le opposizioni hanno prima intonato “Bella ciao”, poi si sono unite alla maggioranza quando questa si è alzata per cantare l’inno di Mameli. Solo la Lega non ha partecipato, mentre i ministri Salvini e Piantedosi osservavano la scena dai banchi del governo. 162 Sì e 102 No, la destra ha approvato il testo incostituzionale. I leghisti sono quelli che hanno esultato di più: il decreto serve soprattutto a loro, che hanno i vannacciani col fiato sul collo.