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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 21 aprile 2026

Oltre la mancetta agli avvocati pro-rimpatri. Attraverso cavilli e burocrazia lo Stato nega a migliaia di persone l’accesso ai diritti fondamentali. La mancia di 615 euro agli avvocati che convincono i migranti a tornare a casa e la soppressione del regime speciale per il gratuito patrocinio nei ricorsi contro le espulsioni sono parte dell’inferno amministrativo a cui l’Italia condanna senza processo i migranti. Lo testimoniano i dati sui decreti flussi, le file davanti alle questure per le richieste d’asilo o gli infiniti tempi d’attesa per l’esito delle domande di protezione. Fenomeni strutturali che con il nuovo governo si sono ulteriormente aggravati. Veri e propri abusi, a volte sanzionati dai tribunali, che rendono le vite dei cittadini stranieri impossibili, complicano i processi di integrazione, impediscono l’accesso a sanità, istruzione e lavoro dignitoso. Così la popolazione straniera viene assoggettata a regimi giuridici discriminatori, spinta sempre più nella marginalità e costretta ad accettare condizioni di impiego tra sfruttamento e schiavitù.

Della mancetta abbiamo detto e scritto, per primi, sulle pagine di questo giornale. Ma altrettanto grave è la norma del dl sicurezza che sopprime l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia. Garantiva che le spese legali dei ricorrenti contro le espulsioni fossero coperte dallo Stato. Ora si torna al regime ordinario che però, in casi come questi, non può funzionare: per i cittadini stranieri non varrà più il principio di favore garantito per i più vulnerabili, dovranno autocertificare di non avere redditi in Italia e ottenere una dichiarazione dell’ambasciata per dimostrare che non ne hanno in patria. Il diritto alla difesa non sarà più effettivo perché i legali - a fronte di rimborsi comunque esigui, meno di 200 euro per i ricorsi contro i trattenimenti, circa 400 per quelli contro le deportazioni - rischieranno di scrivere e presentare le impugnazioni e poi dover chiedere la copertura delle spese a persone che non hanno soldi. Di sicuro c’è che dovranno accollarsi le procedure burocratiche. Molti, semplicemente, rinunceranno.

Le cose non vanno meglio per i migranti in cerca di lavoro, quelli del decreto flussi. Ieri la campagna “Ero straniero”, che monitora queste pratiche, ha diffuso i numeri più aggiornati per il 2024-2025. “A quasi due anni dai click day del 2024, a livello nazionale a fronte di 146.850 ingressi programmati, risultano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio, pari a un tasso di successo del 16,9%: solo 17 persone circa su 100 sono in Italia con un lavoro e un regolare titolo di soggiorno”, si legge nell’analisi. Che rileva una grossa disparità territoriale: 20 prefetture hanno rilasciato il 60% dei permessi. Le altre sono “ferme”. I disastri peggiori si registrano a Napoli, Roma e Milano.

Altrettanto disastroso è il modo in cui lo Stato tratta le persone in cerca di protezione. Davanti alle questure immigrazione di ogni parte d’Italia tutte le notti migliaia di persone si accampano per provare a far valere un diritto fondamentale: presentare domanda d’asilo. Ne nascono violenze, tensioni, ritardi. Il 18 marzo scorso il Tar Veneto ha condannato le questure di Vicenza e Venezia per la strutturale inaccessibilità al diritto d’asilo. “Sono le scelte organizzative interne all’Amministrazione ad aver determinato tale qualificata inefficienza”, denuncia l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi).

Lo stesso meccanismo di esclusione vale a Milano, Torino, Roma e in tutte le città in cui l’accesso viene somministrato col contagocce. Chi riesce a registrare la domanda ottiene un permesso che vale sei mesi. Spesso con quello inizia a lavorare regolarmente. Alla scadenza, però, perde l’impiego perché l’appuntamento per il rinnovo tarda cinque, sei, sette mesi. Capita che al ritiro, dopo altre file immotivate, il nuovo documento è già scaduto. Per non parlare dell’esito definitivo delle richieste di protezione. Secondo la legge, i ricorsi contro i dinieghi dovrebbero andare a sentenza in 120 giorni. Un rapporto dell’Associazione nazionale magistrati afferma che le “sezioni specializzate affrontano una durata prospettica di tre anni e tre mesi”. È l’effetto delle decine di migliaia di procedimenti arretrati: dai 66mila del 2023 sono passati a 119mila nel 2025. Complice l’aumento di decisioni negative delle Commissioni territoriali, raddoppiato tra il 2024 e l’anno scorso. Sono gli unici organismi, dipendenti dal Viminale, in cui il governo Meloni ha messo soldi e risorse: per dire No a chi chiede asilo.