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di Marcello Sorgi


La Stampa, 5 agosto 2019

 

Come ormai accade da molti anni - almeno un quarto di secolo, da quando, cioè, il Senato s'è trasformato in una Camera senza maggioranza - anche oggi, o domani se la seduta andrà per le lunghe e i senatori non vorranno allungare di un altro giorno il mesetto e mezzo di vacanze che si sono appena concessi, il governo vivrà il suo appuntamento con il brivido nel voto finale sul decreto "Sicurezza bis".

Un brivido inutile, va detto subito, dato che la legge, in quanto decreto, è già in vigore, e ha già dimostrato la sua incapacità a impedire gli sbarchi di immigrati clandestini salvati da navi delle Ong o della nostra Guardia costiera.

Si tratti dell'esile capitana tedesca della "Sea Watch" Carola Rackete, che gli insulti sessisti di Salvini sono riusciti perfino immeritatamente a trasformare in un'icona della solidarietà internazionale, e in un futuro prossimo, chissà, forse anche nella leader politica di un nuovo movimento, odi un regolare ufficiale della Marina italiana, le norme che introducono multe, arresti e sequestri delle imbarcazioni usate per i salvataggi, si sono rivelate in tutti i casi recenti di difficile e non duratura applicazione, se è vero come è vero che negli stessi giorni in cui la comandante della "S e a Watch" veniva arrestata, scarcerata e lasciata libera di tornarsene a casa, nonché di rilasciare interviste molto battagliere, dalla magistratura italiana, un'altra nave incappata nella stessa rete di sicurezza e nella politica dei "porti chiusi" del ministro dell'Interno, la "Mare Ionio", è stata dissequestrata.

E come ha annunciato la portavoce della ong "Mediterranea Saving Humans" Alessandra Sciurba, si appresta indisturbata a tornare a pattugliare il Canale di Sicilia per trarre in salvo i disperati dei gommoni che vi si avventurano a frotte, complice il bel tempo estivo. Può piacere o non piacere, secondo i punti di vista, ma la realtà è questa.

E il Senato si accinge a dividersi e ad approvare non si sa come, visto che sulla carta la maggioranza necessaria di 163 voti non c'è, a causa della defezione di una decina di senatori 5 stelle, una legge inefficace, scritta al solo scopo di poterla presentare come strumento di propaganda rivolto agli elettori più preoccupati - e sono ancora tanti - di una possibile, seppure non ancora avvenuta, malgrado la forte spinta del continente africano e della Libia destabilizzata, invasione di immigrati.

Il Decreto Sicurezza 2 passerà, ci si può scommettere, come passò al Senato nello scorso novembre il Sicurezza 1, gravato delle stesse incertezze di quello che va in discussione oggi, e alla fine approvato a furor di popolo, anzi di eletti desiderosi di continuare a sedere sulle confortevoli poltroncine di Palazzo Madama, e non di mettere a rischio una legislatura appena cominciata. Se mancheranno i voti dei 5 stelle, basteranno a compensarli le uscite dall'aula dei forzisti di Berlusconi e dei Fratelli d'Italia della Meloni.

Al dunque, a votare contro, sebbene a malincuore in certi casi per il timore di smentire la politica della durezza anti-immigrati in parte condivisa anche a sinistra, saranno il Pd e Leu. Magra consolazione. Il governo andrà avanti. Calerà il sipario, per sei-sette settimane, sull'esangue confronto parlamentare che si trascina da metà dell'anno scorso, mentre la vita politica del Paese scorre sul ritmo degli insulti e delle litigate quotidiane tra Di Maio e Salvini.

Ce n'è una al giorno, o anche più, e ogni volta si sente dire che il momento della rottura è sopravvenuto e si preparano nuove elezioni anticipate, che invece non arrivano. Nel frattempo, nulla succede, tutto è rinviato, dalla nomina del nuovo commissario europeo a un'approfondita discussione su una rinnovata politica di redistribuzione dei migranti a livello dell'Unione, che revisioni gli effetti negativi per l'Italia del trattato di Dublino. Un'offerta molto interessante, fatta in questo senso dalla nuova presidente della Commissione di Bruxelles Von der Leyen al presidente del Consiglio Conte è purtroppo caduta nel vuoto. Non c'è più tempo né voglia, in un Paese come il nostro, di discutere seriamente di nulla.