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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 5 maggio 2026

La “forte preoccupazione” del Comitato contro la tortura delle Nazioni unite per gli attacchi del governo allo stato di diritto. Maltrattamenti in carcere e nei Cpr, scudo penale per gli agenti e discriminazioni. Polizia, carcere, Cpt, decreti sicurezza. È una lunga lista di criticità e di raccomandazioni, quella che il Comitato Onu contro la tortura (Cat) ha inviato il primo maggio al governo italiano a conclusione della VII revisione periodica dell’Italia (l’ultima volta c’era stata nel 2017) e dopo aver ascoltato, a Ginevra a metà aprile, le risposte alle osservazioni iniziali fornite dalla folta delegazione inviata per l’occasione da Palazzo Chigi.

Non sono bastate, evidentemente, le delucidazioni ulteriori prodotte dai funzionari ministeriali visto che gran parte dei pesanti rilievi già sollevati viene riportata nei 47 paragrafi del documento finale. In particolare, il Comitato si dice “preoccupato per i recenti tentativi in Parlamento di abolire il reato di tortura e di sostituirlo come circostanza aggravante da aggiungere ad altri reati”. Un punto importante, perché sanziona gli attacchi delle destre di governo alla fattispecie di reato introdotta nel 2017, seppure non nei termini perfettamente allineati alla Convenzione Onu (reato specifico). Va detto però che l’idea di riformulare la legge ora - più volte paventata dai meloniani - farebbe solo naufragare gli attuali processi a carico di alcuni agenti penitenziari, come quello di S. M. Capua Vetere.

D’altronde, nota il Cat, non sono assicurate abbastanza le “garanzie giuridiche contro la tortura e i maltrattamenti”, a cominciare da quelle norme che permettono “la detenzione fino a 96 ore prima della comparizione davanti a un giudice”, in particolar modo per le persone migranti, o il fermo fino a 24 ore ai fini dell’identificazione. Soprattutto se i trattenimenti “non vengono adeguatamente registrati” e non rispettano “tutte le garanzie legali”. Norme che peraltro hanno subito un’ulteriore stretta con il fermo preventivo dell’ultimo decreto Sicurezza. Il governo invece, raccomanda l’Onu, deve “garantire che tutte le denunce di tortura e maltrattamenti siano tempestivamente indagate e perseguite”, anche da “un’istituzione indipendente”; le vittime siano risarcite e i funzionari accusati vengano “sospesi dalle funzioni in attesa degli esiti”.

Una bacchettata arriva pure all’attuale Garante nazionale dei detenuti, quale Meccanismo di prevenzione, per le numerose visite nelle carceri (con immancabile photo opportunity) alle quali non è seguito alcun rapporto. Effetto di quelle nomine politiche che mettono a rischio l’”indipendenza” dell’organo collegiale. Il Cat esprime poi “seria preoccupazione” per le condizioni in cui versano le nostre carceri, dal sovraffollamento alla salute mentale, dalla carenza di operatori all’alto numero di morti e suicidi. E per come vengono applicate alcune forme di detenzione speciale come il 41 bis e l’isolamento diurno che l’art.72 c.p. contempla come pena accessoria. Ma anche per l’uso eccessivo della forza da parte della polizia nei centri di detenzione per migranti, luoghi “fatiscenti” dove perfino cittadini stranieri “senza precedenti penali” possono essere reclusi per periodi indefiniti. In base al “principio di non respingimento”, poi, il Cat “prende atto della lunga lista di Paesi sicuri” e punta il dito contro le modalità in cui negli hotspot si suddividono, “arbitrariamente” in “base alla nazionalità”, i migranti economici dai richiedenti asilo. L’Onu raccomanda inoltre all’Italia di rivedere il memorandum d’intesa con la Libia, Paese dove la tortura è di casa, e con l’Albania dove i diritti dei migranti non sono adeguatamente tutelati secondo la giurisdizione italiana allineata alle Convenzioni internazionali.

Un altro biasimo esplicito è rivolto al decreto Sicurezza dell’anno scorso, già considerato dall’Osce “lesivo dei principi fondamentali della giustizia penale e dello stato di diritto”, e al “decreto Ong” del 2023. Leggi da riformare, secondo il Cat, anche per “assicurare che tutti i difensori dei diritti umani possano svolgere il loro legittimo lavoro in un ambiente favorevole, liberi da intimidazioni o altre forme di molestia”.

Il caso Almasri e l’iniziativa presa dal governo italiano nel dicembre scorso, insieme alla Danimarca prima e ad altri 25 Stati membri del Consiglio d’Europa, con la Dichiarazione congiunta nella quale si chiedeva di limitare l’applicazione dell’articolo 3 della Convenzione Edu (trattamenti inumani e degradanti) solo “ai casi più gravi”, concludono infine un quadro inquietante. L’Italia farebbe bene - avverte l’Onu - a sostenere che ogni forma di tortura e di maltrattamento è “un diritto assoluto”. Che non può trovare eccezioni.