di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 25 aprile 2026
Non si è concluso bene il brutto pasticcio del decreto sicurezza e dell’incentivo di Stato agli avvocati agenti della remigrazione, scandalo che abbiamo denunciato per primi. E non importa che quella norma infame sia stata attenuata o che forse non sarà applicata per ragioni di contenimento della spesa (non di umanità). Al governo è stato consentito di approvare una misura non solo evidentemente, ma anche dichiaratamente incostituzionale. Con la soluzione salomonica di cancellarla, o attenuarla, un attimo dopo. Si potrebbe pensare che la sostanza è salva, che importa la forma. Salvo che sulla sicurezza si consuma una battaglia del tutto simbolica, propagandistica, lontana dalla realtà, dai numeri e dalle vere minacce. Non importa che l’ennesimo provvedimento stolidamente repressivo non sia efficace, quasi nessuno lo è. Importa che al governo in nome di una presunta emergenza sicurezza sia stato permesso un ulteriore strappo alle regole costituzionali.
Creando un precedente, che sarà replicato. Meloni infatti non chiede scusa per il pasticcio, lo rivendica. Non implora la correzione dell’errore per salvare le altre parti del suo decreto, molte delle quali altrettanto problematiche, la concede sdegnosa. Come ha detto Piantedosi in parlamento, sprovveduta voce della verità, è stata solo questione di “sensibilità”. Se uno non è sensibile ai principi fondamentali della Repubblica che volete che sia? Buon 25 aprile.
È noto lo scrupolo di Sergio Mattarella nel preservare “immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione attribuisce” al presidente della Repubblica, secondo la nota formula di Luigi Einaudi, il che è tanto più difficile dopo un mandato presidenziale doppio. Dunque Mattarella tiene in gran conto la necessità che il capo dello Stato non sia trascinato in polemiche politiche, non diventi figura di parte - cosa che con le seconde e terze cariche dello Stato, i presidenti di senato e camera, è ampiamente accaduta (e smodatamente con La Russa). La prudenza si comprende anche meglio pensando a chi potrà succedergli al Quirinale. Ma questa apprezzabile cura non dovrebbe giungere al punto di mortificare, in presenza di un governo che questi scrupoli non se li fa, la funzione di garanzia del presidente quando le violazioni costituzionali sono indiscutibili.
A mostrare la corda è una “moral suasion” che partendo dal presupposto che il presidente non negherà la firma finale, cerca di smussare gli angoli e correggere le più evidenti storture quasi collaborando al processo legislativo. Quando questa attenzione non è reciproca il finale, pessimo, è scritto. Un governo in affanno, già in campagna elettorale e che non vuole nemici a destra, sempre meno sarà disponibile a contenersi, ammesso che lo sia mai stato. In questo caso il problema si è creato dal principio. Dopo almeno quattro decreti sicurezza era lampante che il quinto mancava di qualsiasi presupposto di necessità e urgenza.
Elementi essenziali, senza i quali non solo la Corte costituzionale ma anche lo stesso presidente Mattarella hanno più volte chiarito che non c’è spazio per la decretazione di emergenza. Prediche, appunto, inutili. Partita male, la vicenda dell’ennesimo decreto sicurezza è precipitata peggio: che non ci fosse alcuna necessità o alcuna urgenza della norma contestata è diventato così evidente che l’urgenza era invece cancellarla. Eppure la si è voluta condurre in porto, prova definitiva che non è l’efficacia delle leggi che interessa al governo ma il fatto stesso di approvarle e fare la faccia feroce. Abbiamo ora un buco nel decreto, in mezzo a tante altre norme orrende.
Correggere il testo senza lasciare il buco avrebbe comportato il rischio della decadenza, ma è precisamente quello che la Costituzione prevede, possibilità che andava, quella sì, tutelata e non esclusa, di nuovo, a prescindere. Non è certo il primo strappo del governo Meloni ma è forse il primo che trascina con sé il Quirinale ed è la cosa peggiore. Il silenzio che ha accompagnato le firme del presidente sottolinea il pasticcio.











