di Vittorio Coletti e Lorenzo Zilletti
Il Dubbio, 21 marzo 2025
I numeri sono come i fatti: testardi. E le parole servono non solo a commentarli, ma a determinarsi in conseguenza. Partiamo, dunque, dalle cifre: a fine febbraio, i reclusi nelle carceri italiane erano 62.165, rispetto a una capienza regolamentare di 51.323, ma effettiva di 46.836. Un sovrannumero di 15.329 unità. Più macabra la conta dei suicidi: 62 nel 2020; 59 nel 2021; 84 nel 2022; 68 nel 2023; 91 nel 2024; 20 da inizio 2025. Risparmiamo al lettore la descrizione dell’orrore dei luoghi, ove ad esser negata non è soltanto la libertà ma la dignità della persona, limitandoci ad osservare che nessun’altra struttura destinata ad “ospitare” esseri umani (ospedali, uffici, fabbriche, scuole, ecc.) che si trovasse in questa condizione si salverebbe dalla chiusura forzata, disposta per via amministrativa o giudiziaria. Il quadro apocalittico, sì perché è in effetti apocalittico, viene ormai routinariamente definito col termine “emergenza”.
Emergenza carceri, emergenza suicidi in carcere sono espressioni ricorrenti dalla forma telegrafica (ellissi delle preposizioni) tipica dei media. Ma, grammatica a parte, hanno un senso? Da quando ha cominciato (pare nel XVII secolo) a circolare, la parola emergenza ha sviluppato, accanto al significato etimologico di emersione o sporgenza, quello figurato di evento inaspettato e preoccupante, successivamente integrato, sulla spinta dell’inglese emergency, dal senso dell’urgenza, del pericolo imminente o in atto, e quindi dell’allarme. E dunque emergenza comporta: 1) negatività, in forma di danno avvenuto o pericolo minacciato (per questo uno dei primi aggettivi che il sostantivo incontra, già in un testo del 1676, e con cui oggi più si lega, è “grave”); 2) imprevedibilità (scriveva il Vocabolario della Crusca: “caso, accidente imprevisto e per lo più di qualche gravità”) e urgenza. Questi valori, più o meno intensamente compresenti, si riscontrano in locuzioni ricorrenti come emergenza neve, emergenza terremoto, stato di emergenza, chiamate di emergenza.
Ma ci sono davvero, in emergenza suicidi in carcere? Il 17 marzo, quando già si contano 19 suicidi riusciti dall’inizio dell’anno (non è noto quello dei tentati), Lanotiziagiornale.it titola: “Nelle carceri italiane è emergenza suicidi”, ma già a gennaio Repubblica, quando si contavano ben 8 detenuti che si erano tolti la vita nelle prime due settimane del 2025, titolava: “Carcere, è già emergenza suicidi”. Ora, in questi usi della parola emergenza ci sono certamente i tratti della negatività e dell’urgenza con cui si dovrebbe rimediare ad essa, ma quello dell’imprevedibilità dov’è? Se il dato era già stato denunciato a gennaio, come può essere ancora imprevedibile a marzo? Se un evento drammatico si ripete tutti gli anni da anni, dove sta l’eccezionalità che giustifica l’imprevedibilità e quindi l’emergenza? Non è piuttosto normale, regolare, ordinario? Ma, se il suicidio in carcere è così frequente da non poter essere considerato imprevedibile e l’eccezionalità ha lasciato il posto alla regolarità, se quindi non è più un’emergenza inattesa ma una consuetudine, come segnalarne lo scandalo, che non solo non è negato, ma dovrebbe essere addirittura moltiplicato dalla sua terrificante ricorsività? Come lo si può nominare e denunciare?
In realtà, si può, forse si deve ancora parlare di emergenza suicidi in carcere, sottolineando un altro aspetto della parola emergenza. Questa, infatti, con il valore dell’inatteso, veicola anche quello dell’eccezionalità e l’eccezionalità può verificarsi pure in eventi prevedibili quando questi si rivelano di misure, reali o figurate, straordinarie, non comuni, come nella frase “una nevicata eccezionale anche per questi territori montani”: dove l’eccezionalità non è data dall’imprevedibilità del fatto (siamo in montagna e d’inverno), ma dalla sua misura. Lo stupore e lo scandalo di fronte al numero dei detenuti suicidi legittimano che si continui a lanciare un’emergenza suicidi in carcere, un fatto gravissimo, che dovrebbe essere affrontato con urgenza, ed eccezionale non perché imprevedibile, ma, al contrario, perché così ripetuto da avere assunto dimensioni abnormi ed essere addirittura diventato una scandalosa, prevedibilissima consuetudine.
E se un evento è eccezionale più per la misura della sua gravità e frequenza che per la sua imprevedibilità, è ancora più colpevole non cercare di porvi qualche rimedio. Magari cominciando con provvedimenti che possano alleggerire l’affollamento carcerario, una delle cause più probabili dell’alto numero dei suicidi o della difficoltà di prevenirli. A differenza di quel che ha sostenuto in una recente iniziativa delle Camere penali il ministro Nordio - per cui “una liberazione indulgenziale può avere un senso quando lo Stato è forte e dimostra una generosità. Se invece viene interpretata come provvedimento svuota-carceri perché non siamo in grado di contenerli (i detenuti, ndr), allora diventa una forma di debolezza e quasi criminogena” - ad esser criminogena è l’inerzia. La misura dell’eccezionalità impone misure eccezionali: amnistia, indulto, estensioni dei casi di liberazione anticipata o di detenzione domiciliare, dovrebbero essere adottate immediatamente da chi ne ha il potere. E reclamate ogni giorno, con l’insistenza della goccia che scava la lapide, con gesti politici forti e non solo a colpi di comunicati dagli avvocati e dai magistrati, che dovrebbero dimostrare di non avere a cuore la Costituzione solo quando si tratta di ordinamento giudiziario.











