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di Alessandro Gamberini

La Repubblica, 10 luglio 2024

Applausi per l’iniziativa dell’Unione delle Camere penali di accompagnare un’astensione dalle udienze, per protestare per le terribili condizioni delle carceri italiane, con una maratona oratoria in numerose città italiane, che consenta agli avvocati, ai magistrati, ai protagonisti istituzionali e a tutti i cittadini di portare la loro attiva solidarietà. Le condizioni delle nostre carceri sono drammatiche per sovraffollamento e degrado delle strutture (presenza di cimici, topi, muffe alle pareti, servizi igienici non funzionanti): il lugubre elenco dei suicidi che quasi quotidianamente vengono annunciati dà la misura di quanto avviene.

La manifestazione è un segnale che permette di comprendere il ruolo dei penalisti, attenti alle garanzie anche dei dannati della terra, che riempiono prevalentemente i nostri istituti di pena. È certamente importante che a queste iniziative partecipino non solo gli addetti ai lavori e esponenti della società civile, ma esponenti politici di tutti schieramenti, perché il tema (drammatico) deve superare gli steccati e coinvolgere tutte le persone di buina volontà. Così è avvenuto anche a Bologna dove lunedì mattina in Piazza Galvani, sfidando la lancia termica del sole estivo, si sono alternati, oltre agli addetti ai lavori, il cardinale Zuppi, il Sindaco, un senatore di FDI e perfino la candidata del centro destra- così ha rivelato ai giornalisti dopo il suo intervento - alle prossime elezioni regionali.

Occorre però fare chiarezza: tutto bene se coloro che intervengono considerano il carcere come una soluzione in taluni casi resa necessaria dalla pericolosità dei protagonisti dei fenomeni criminosi, quando ogni alternativa è preclusa.

Diversamente la sfilata diviene un omaggio strumentale e ipocrita. Chi invece ritiene che il carcere sia il luogo terribile e simbolico della difesa sociale e della propria legittimazione politica, il lavacro dei mali della società, porta la responsabilità del degrado al quale stiamo assistendo. Un tema che ha attraversato gli schieramenti politici e del quale ben pochi possono dirsi esenti (a parte la parentesi della ministra Cartabia, fautrice della giustizia riparativa). I primi responsabili vanno oggi ricercati nell’inerzia di questo Ministro di Giustizia e nell’attitudine forcaiola di questo Governo - basti pensare alla provocazione che ha messo in campo con i recenti provvedimenti che lungi dallo svuotare il carcere varranno ulteriormente “a rimpinzarlo”, come è stato scritto. Impallidisce perfino quel Ministro pentastellato che, con i suoi provvedimenti, oggi fortunatamente in parte cancellati, ebbe il proposito di modellare una società nella quale la punizione fosse celebrata senza limiti di tempo e senza garanzie.

Ho detto un’attitudine forcaiola. Basta esaminare i decreti che, fin dal suo sorgere, ha approvato: dal decreto Rave, al decreto Cutro, al decreto Caivano, tutti orientati a un aumento generalizzato della pena carceraria su tutti i versanti, ma in particolare rispetto a quelli destinati proprio a coloro che vanno abitualmente in carcere, tossicodipendenti, destinatari di misure di polizia, immigrati, manifestanti e coloro che resistono agli ordini dell’autorità. Mentono, sapendo di mentire, rispetto a un inesistente aumento esponenziale dei reati che, stando alle statistiche ufficiali, non esiste: i reati diminuiscono e i carcerati aumentano. La carcerazione si allarga, sconvolgendo anche gli strumenti della giustizia minorile: ma il tasso di criminalità minorile in Italia è dell’1 per mille tre volte inferiore a quello della Gran Bretagna, quattro volte inferire a quello della Germania (4,3), otto volte inferiore a quello della Francia (8,2), secondo i rilevamenti Eurispes.

Per non dire dei disegni di legge già approvati che comprendono l’abolizione del reato di tortura - così cancellando le numerose inchieste che hanno messo sotto accusa ignobili episodi di pestaggio proprio dentro le carceri - nuovi delitti addirittura di resistenza passiva e perfino di rivolta carceraria. Il pannicello caldo della divisione delle carriere, che certo varrà a rendere più netta una separazione sulla quale insiste la terzietà del Giudice, pur senza attese messianiche, non vale certo a rendere meno drammatica la condizione carceraria e a garantire più efficacemente coloro che vi entreranno in misura crescente.