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di Giancarlo de Cataldo

La Repubblica, 19 giugno 2025

Donatella Stasio analizza il sistema carcerario italiano attraverso la testimonianza di una storia di recupero. Dice l’articolo 27 della Costituzione che la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che, oltre a punire il condannato per i reati commessi, deve tendere alla sua rieducazione. Il che implica l’impegno a favore del detenuto in vista della futura libertà: i permessi, la semilibertà, la riduzione della pena per buona condotta, l’affidamento ai servizi sociali, e il diritto all’affettività, di recente affermato da una sentenza (rimasta inapplicata) della Corte Costituzionale. Quanto tutto questo sia poco gradito all’attuale classe dirigente del nostro Paese è chiaro, se si guarda alle nuove fattispecie di reato introdotte negli ultimi due anni, al linguaggio tonante delle reiterate “grida manzoniane” adottate a ogni piè sospinto, alla tendenza a risolvere le eventuali emergenze sociali a botte di aumenti di pena.

Per non parlare delle furibonde campagne sulla sicurezza percepita (perché di quella reale si parla poco e male) orchestrate dalla stampa, diciamo così, conservatrice. Eppure, il carcere, quando è organizzato secondo il modello costituzionale, funziona. Ed è in grado di restituire alla libertà individui pronti a contribuire alla vita sociale in modo legale, a lasciarsi alle spalle quelle che i vecchi penalisti chiamavano “le morte gore del delitto”.

Questo importante, nobilmente indignato libro L’amore in gabbia di Donatella Stasio, scrittrice e giornalista a lungo portavoce della Corte Costituzionale, da sempre impegnata sul fronte della difesa dei diritti di ultimi e fragili, racconta una luminosa storia di riscatto e cambiamento: quella di Gianluca, cinquant’anni dei quali undici passati in galera, prima ragazzo ribaldo, poi delinquente professionista, ospite di penitenziari di massima sicurezza, infine, pagato il suo debito, e grazie anche al “giusto” trattamento penitenziario ricevuto, cittadino e nulla più. Nei colloqui, negli scambi epistolari, spesso ricchi di sensibilità, ma a volte anche di una brutale sincerità, rivive la storia di un ragazzo nato nella periferia milanese, segnato dalla precoce scomparsa del padre, attratto sin da adolescente dai miti del branco, “spaccino” negli anni della decadenza della Milano da bere, custode di armi, consumatore compulsivo di coca, recidivo. Un irrecuperabile, insomma. Sino all’approdo al carcere-modello di Bollate: dove la rieducazione si fa sul serio.

Ci sono due pericoli che incombono da sempre sulla letteratura intorno al carcere. Il primo è di indulgere nell’autocommiserazione dell’”angelo caduto”, trascurando o minimizzando il male commesso. Il secondo nell’elogio delle virtù rieducative della galera. Stasio e Gianluca li evitano entrambi. Stasio non risparmia critiche alla gestione del settore penitenziario, e soprattutto alla diffidenza con la quale l’universo dei benpensanti guarda alla prospettiva costituzionale: il mantra “ma che pena è se stanno sempre a spasso o fare teatro? Questa è una villeggiatura” aleggia come una nube oscura sulle pagine del libro. Gianluca, dal suo canto, ci risparmia il piagnisteo, rivendica anche con una certa durezza il suo aspro percorso, non fa sconti a sé stesso.

Il vero reinserimento è consapevolezza, autoanalisi spietata. Non li ho manipolati, confessa Gianluca in un passaggio di lucida confessione, ma non mi sono mai visto come loro mi vedevano. Scrivevano “bravo” sulle relazioni, ma bravo di cosa? La prova vera sarebbe venuta fuori, una volta finita la pena. E sarebbe stata una prova tremenda. Stasio ci racconta di come questa prova sia stata superata. Ci dà una piccola speranza. Si può fare. Ma non “per grazia ricevuta”. Si può fare con dedizione, impegno, onestà, fatica. Dentro come fuori. Così anche una piccola speranza può diventare una grande vittoria.

Il libro - “L’amore in gabbia”, di Donatella Stasio, Castelvecchi, pagg. 182, euro 18,50