di Vittorio Monti
Corriere di Bologna, 31 maggio 2025
Dei delitti e delle pene (Beccaria dixit). Ovvio, parliamone. Ma parliamo soprattutto di inchieste e processi. Tema del giorno, da troppi giorni. Sempre più razione quotidiana, fino all’overdose di chiacchiere, anzi chiacchiericcio. Il problema c’è: purtroppo. Siamo sicuri, oltre ogni ragionevole dubbio, che la macchina della giustizia sforni sempre un prodotto doc? Questione di vita, a volte di morte: mediatica. Quando i colpevoli diventano possibili incolpevoli e i sospettati, seppure assai flebilmente, comunque messi alla gogna. Da giovane cronista, sentii uno stimatissimo avvocato sostenere come fosse più probabile che una persona in manette fosse un innocente finito nei guai piuttosto che un reo caduto in trappola.
Allora mi parve l’estro di un battutista controcorrente. Oggi non più. Parere personale: gli errori dentro l’aula giudiziaria esistono, ma sono meno degli sbagli durante le indagini. Temo le sentenze se sanatoria ragionata delle lacune investigative.
Dovrebbero agire al contrario, evidenziando le incongruità pilastro obbligato del verdetto assolutorio. Anche a costo di deludere l’opinione pubblica, vogliosa non del colpevole ma di un colpevole. Per rispetto dovuto ai giudici che stanno decidendo la sorte processuale del vigile urbano accusato di avere ucciso una giovane collega, tolgo la vicenda bolognese dal tavolo del ragionamento.
Troppa gente è sommaria nei giudizi, infatti reclama giustizia lampo, mentre quella reale fa da lumaca. Nel caso di Annamaria Franzoni, il giudizio di massa fu questione di pochi giorni: qualche trasmissione tv con il plastico della casa di Cogne in primo piano e tutto fatto. Il processo togato contro il figlio di Beppe Grillo e altri, per violenza sessuale, è ancora in prolungata gestazione. Il fatto risale al 2019. Siamo nel 2025 e non è finita l’attesa. Dall’eccesso di fretta, al non è mai troppo presto.
Dubito che la maggioranza degli italiani sappia che Pietro Pacciani, detto il mostro di Firenze, prima di morire venne assolto in appello. Sempre in nome del popolo italiano: strano questo popolo che dice e disdice. Nel pasticciaccio brutto di Garlasco, Stasi due volte scagionato e soltanto dopo condannato. Anche se fisiologica l’alternanza, bisogna ammettere che è difficile sentirsi convinti di un “buona la terza”. Quando gli elementi portati dall’accusa non sono granitici, la scelta dell’assoluzione non è smacco ma onestà giuridica, quantunque deluda le più diffuse aspettative. Ad una condizione: che le carenze dell’investigazione siano utilizzate come sprone al contrasto di ulteriori errori e manchevolezze.
Resta principio valido il famoso meglio un colpevole libero piuttosto che un innocente in galera, purché non si esageri con il numero di chi la fa franca. La certezza della detenzione oggi è l’argomento più scottante e divisivo. Quando un “detenuto semilibero” (ossimoro generato dalla legge) commette un delitto, apriti cielo. Nessuno parla degli altri che rigano dritto, per costruirsi la possibilità di tornare in pieno recuperati. Esisterà sempre un partito spiccio che teorizza galera subito e via la chiave.
Si spera che alzi la voce chi vuole le condanne con incorporata l’azione rieducativa. Questa visione civile entra in crisi di consenso davanti all’eccesso di decisioni ondivaghe: a volte mano dura, altre assai morbida. Lo scrupolo di chi indaga non è mai troppo (vale anche per i casi sotto le nostre torri). Meglio se comprende anche un costante vaglio autocritico delle conclusioni. Sarebbe il più efficace antidoto contro la corrosiva convinzione che soltanto l’innocente deve avere paura di finire sotto processo.











